Comitato Scientifico Centrale
del Club Alpino Italiano - dal 1931

Il Comitato Scientifico Centrale 2018

Ardito350

Luigi Iozzoli racconta che cosa è e quali compiti svolge il Comitato Scientifico Centrale

Vai al video

Sella e le origini del cai

sella350

Annibale Salsa in conferenza racconta la storia del CAI.

Vai al video

Gasparo e il ruolo degli ONC

Gasparo4x3

Gasparo spiega la figura dell'ONC e la comunicazione naturalistica, un video imperdibile

Vai al video

Notizie e bandi del CSC

terrealte1

Notizie dal Gruppo Terre Alte: bandi e attività dell'anno.

Vai alle notizie

Il comitato scientifico centrale è innanzi tutto un organo tecnico del Club Alpino Italiano e dunque per capirne la sua funzione è necessario sapere che cosa è il CAI attraverso questo articolo apparso su volume celebrativo dei 150 anni di cammino del sodalizio, scritto da uno dei più vecchi Operatori Naturalistici e Culturali della sezione di Mirano (VE), figura che nell' ambito del comitato scientifico ha il compito di promuovere la cultura e la conoscenza della montagna:

 

UNA PASSIONE che ha origini lontane

Il Club Alpino Italiano ha origini lontane. È stato fondato nel 1863 da Quintino Sella, uomo di scienza e profonda cultura. Lo scopo di al­lora era “di fare conoscere le montagne e di agevolarvi le escursioni, le salite e le esplorazioni scientifiche”. E l’obiettivo di ieri non è cambiato.

Chi oggi entra nel Club Alpino Italiano ha passione per la monta­gna, rispetto per l’ambiente, attenzione per la natura.

Chi entra nel Club Alpino Italiano trova un mondo ricco di storia, di cultura, di tradizioni. Soprattutto ricco di valori. La montagna è una meravigliosa palestra: allena il corpo ma anche l’anima. È lo scenario ideale dove l’uomo può meglio scoprire se stesso e la solidarietà degli altri uomini. È lo spazio immenso dove ognuno può percorrere un sentiero per ritrovare la propria dimensione.

UNA PASSIONE con ampi orizzonti

C’è chi cammina per comodi sentieri, chi arrampica su pareti verti­ginose, chi si muove con sci ai piedi. C’è chi scende nel buio delle grotte. C’è chi studia la natura, il territorio, l’ambiente e cerca soluzioni per una migliore protezione e tutela. Vivono nel Club Alpino Italiano infinite passioni, interessi diversi. L’obiettivo del Club Alpino Italiano è di of­frire a ogni passione una risposta, a ogni interesse un aiuto concreto.

Sono risposte concrete i tanti rifugi, il grande numero di istruttori e di guide, gli innumerevoli corsi, convegni, dibattiti. E soprattutto scuole, pensate come centri di formazione e testimonianza di valori. Un aiuto prezioso sono il Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico, il Servizio Valanghe, libri e pubblicazioni per una più approfondita co­noscenza, le tante Commissioni che si occupano di medicina di monta­gna e dello studio del territorio o della verifica dei materiali - come corde e moschettoni - impiegati nell’arrampicare. Il Club Alpino Italiano è una struttura aperta e mai rigida, attenta ad accogliere tutti coloro che hanno passione per la montagna, qualunque essa sia.

Iscrizioni al Club Alpino Italiano: molti motivi infiniti vantaggi

Il Club Alpino Italiano è un mondo aperto. Aperto a tutti coloro che sentono la passione per la natura, che provano meraviglia per la montagna, che condividono valori, rispetto dell’ambiente e solidarietà tra gli uomini. Iscriversi al Club Alpino Italiano è semplicissimo, basta prendere contatto con la sezione più vicina. E il Club Alpino Italiano offre ai propri soci grandi vantaggi:

  • alloggiare nei rifugi CAI a condizioni particolari rispetto ai non Soci, anche all’estero;
  • frequentare i corsi sulle varie discipline montane organizzati dalle Scuole e alle Sezioni;
  • essere coperti da una assicurazione e ottenere il rimborso delle spese di soccorso, anche all’estero, secondo i massimali in vigore;
  • ricevere gratuitamente la “Rivista del Club” ora “Montagne360”;
  • avere a disposizione la massima documentazione (libri, filmati, carte geografiche) dalle Sezioni sia che dagli Organi Centrali;
  • ottenere forti sconti sulle pubblicazioni CAI.

Cultura per allenare la mente

In montagna si va anche con la mente. Filmati, concerti, incontri con personaggi significativi dell’alpinismo e altre manifestazioni cul­turali sono organizzati in tutta Italia dalle Sezioni del Club Alpino Ita­liano. Un’occasione importante di scambio e incontro per tutti gli appassionati di montagna. Un organo specifico, la Commissione Ci­nematografica, realizza ogni anno numerosi filmati per le Sezioni e per le reti televisive nazionali, collabora a programmi sulla montagna anche con preziose immagini tratte dall’archivio storico. Il Film Festi­val di Trento, importante appuntamento per la filmografia mondiale sulla montagna, trova il Club Alpino Italiano in prima fila: è infatti tra i fondatori. I libri, le riviste e il sito internet (www.cai.it) sono una vera miniera di informazioni per chi è alla ricerca di nuovi itinerari e angoli di natura ancora sconosciuti. La “Guida dei Monti d’Italia”, in coedi­zione con il Touring Club Italiano, una collana unica in Italia, illustra le zone montuose delle Alpi e degli Appennini sia dal punto di vista storico, che naturalistico, con informazioni sulle ascensioni e gli iti­nerari. Oltre alle collane di libri e guide, è d’obbligo citare “La Rivista del Club Alpino Italiano”, che da oltre un secolo informa sulla mon­tagna, e “Lo Scarpone”, mensile di servizio sulla vita del Club, entrambi spediti gratuitamente a tutti i Soci.

Le Vette del Sapere

Con il trasferimento della Biblioteca Nazionale, avvenuto il 23 otto­bre 2003 -140 anni esatti dalla fondazione del CAI - presso lo storico Monte dei Cappuccini a Torino viene riunito in un’unica struttura il patrimonio di cultura espresso dal Sodalizio attraverso monografie, periodici, archivi, materiale fotografico, film, video e iconografie.

Il Monte dei Cappuccini di Torino rappresenta un luogo d’eccellenza per conoscere ed apprezzare la montagna in tutte le sue sfaccettature. Qui oltre alla Biblioteca Nazionale con i suoi nuovi arredi e un nuovo catalogo on-line del proprio patrimonio troviamo il Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi”, aperto e visitabile tutti i giorni. Si compone di 35 sale dove sono esposti importanti documenti, og­getti, manoscritti, manifesti, testimonianze dell’immenso mondo della montagna. Ospita e organizza anche mostre, sempre sul tema della montagna. Per chi desidera uscire dai confini nazionali verso vette di altri mondi il Centro Italiano Studio Documentazione Alpinismo Ex­traeuropeo (CISDAE) offre un’ampia letteratura.

ALPINISMO E SCIALPINISMO, alla ricerca dell’immenso

Nell’alpinismo la montagna prende un’altra dimensione, acquista altri valori. Entrano in scena la verticalità, il vuoto, l’altezza. Non più paesaggi dolci e lineari. Non più boschi e pascoli. Al loro posto cime e cenge, ghiacciai e creste, pareti di rocce dove lo sguardo si perde nel cielo. È rincontro dell’uomo con qualcosa di più grande, il confronto dell’uomo con l’immenso. A coloro che desiderano provare questa emozione il Club Alpino Italiano offre tutta la sua esperienza. Nei corsi di alpinismo si possono apprendere tutte le nozioni teoriche e prati­che. È compito degli istruttori non solo fornire un corredo tecnico ma anche valutare le possibilità e le capacità dell’allievo.

Arrampicare è un’attività impegnativa che richiede una attenta for­mazione. E l’emozione continua anche d’inverno con lo scialpinismo. Una disciplina che richiede non solo abilità e preparazione fisica ma anche una precisa conoscenza dell’ambiente montano, del clima, del manto nevoso. Anche per questa attività il Club Alpino Italiano pro­gramma corsi in molte sue scuole e sedi.

SCUOLE E CORSI, l’esperienza insegna

La montagna non è un privilegio per pochi eletti. Il Club Alpino Italiano mette a disposizione di tutti il suo patrimonio di conoscenze, attraverso le scuole e i corsi organizzati dalle sezioni di tutta Italia. Ce n’è veramente per tutti i gusti: dall’escursionismo alle discipline più im­pegnative, come la speleologia o l’arrampicata su ghiaccio. In ogni caso non occorre essere superdotati per partecipare ai corsi, basta l’en­tusiasmo e il rispetto per l’ambiente naturale: gli istruttori insegnano le tecniche di base delle varie discipline, e chi ha “stoffa” potrà di­
ventare un vero esperto e anche a sua volta un istruttore. È impor­tante infatti accostarsi alla montagna con un essenziale bagaglio di co­noscenze.

Sapere quale abbigliamento usare, quale attrezzatura impiegare (scarponi, piccozza, corde...), come leggere una carta topografica, co­me muoversi sulla neve o su di un ghiaione... sono nozioni che è me­glio apprendere dall’esperienza di un istruttore.

UIAA e CAA, benvenuti in Europa e nel mondo

Il Club Alpino Italiano è in stretto contatto con associazioni che operano in altri paesi, in Europa e nel mondo. È infatti tra i soci fon­datori dell’Unione Internazionale delle Associazioni di Alpinismo (UIAA) e tra i membri del Club Arc Alpin (CAA). L’obiettivo comune è la protezione della montagna e la sua valorizzazione. Il valore di fondo è la convinzione che la montagna non appartenga ad un solo paese o ad una sola nazione ma è un “bene” aperto a tutti, fruibile da tutti. Sempre nel più grande rispetto.

SOCCORSO ALPINO E SPELEOLOGICO, sicurezza sempre

Molti non conoscono il Club Alpino Italiano, quasi tutti invece co­noscono gli uomini di una particolare sezione: il Soccorso Alpino e Speleologico. Stampa e televisione mostrano spesso i loro interventi in condizioni estreme. Salvataggi di alpinisti appesi in parete o di scia­tori sommersi da una valanga o di speleologi intrappolati in una grotta.

Del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) fanno parte uomini scelti, il loro lavoro è duro e impegnativo, la loro formazione costante. Di media le persone soccorse sono intorno ai 5000, nel 92% dei casi entro quattro ore dall’incidente. Non è certo una eventualità che, di tutti gli interventi, solo 375 (2011) sono stati in aiuto di soci del Club Alpino Italiano: perché in questo club la sicu­rezza vuol dire soprattutto prevenire gli incidenti, imparando a cono­scere le proprie capacità e le insidie della montagna.

CLUB ALPINO ACCADEMICO, alpinismo senza guide

Il Club Alpino Accademico Italiano - C.A.A.I. - fin dal 1904 pro­muove l’alpinismo di elevato livello di difficoltà favorendone la pra­tica su tutte le montagne del mondo e valorizzandone gli aspetti culturali.

LA GUIDA ALPINA, un compagno fidato

Fare la guida alpina è molto più di un lavoro. Scegliere di andare in montagna con una guida significa avere accanto un esperto che co­nosce come affrontare una parete, raggiungere una cima, superare ogni difficoltà in tutta sicurezza. Significa soprattutto avere accanto una persona e non semplicemente un “tecnico”.

Una persona che conosce l’arte dell’arrampicata, è capace anche di comunicare e trasmettere valori: di solidarietà e di amicizia, perché si arrampica legati ad una sola corda; ma anche l’amore per la mon­tagna, perché una guida può aiutare a scoprire i mille segreti e le mille leggende che la montagna nasconde.

Ugo Scortegagna

(CSC-CAI Mirano)

 

Come siamo nati

050000001764Angelo Manaresi, presidente del Club Alpino Italiano negli anni 1929-1943

Il Comitato scientifico centrale è il primo organo tecnico operativo del CAI; esso si accinge ormai a varcare la soglia dei 90 anni, essendo stato istituito nel 1931 per iniziativa dell’allora presidente Angelo Manaresi, che in tal modo intendeva riconoscere ufficialmente lo stretto rapporto da sempre esistente tra alpinismo e ricerca scientifica. Nel suo editoriale dal titolo Alpinismo e scienza che in quell’anno fu pubblicato sulla “Rivista”, Manaresi ricordava “che gli scienziati erano stati i fondatori del Sodalizio”, ribadendo l’importanza fondamentale del “conoscere” nei confronti di tutti coloro che frequentano l’ambiente montano.

A presiedere il Comitato Scientifico Centrale fu chiamato per primo il geologo Ardito Desio, che si impegnò in una intensa attività di studio e ricerca, promuovendo importanti spedizioni scientifiche nel Sahara (1934), in Himalaya (1937) ed in Africa Orientale (1938). Risale a quegli anni anche la prima edizione del “Manualetto di istruzioni scientifiche per alpinisti”, edito nel 1934. All’interno del Comitato Scientifico vennero inoltre istituite 5 sottocommissioni (biogeografica, speleologica, toponomastica, medico-fisiologica e glaciologica) che nel corso degli anni assunsero un ruolo sempre più autonomo. Con questa iniziativa, il Manaresi istituzionalizzava uno dei principali aspetti che sin dalle sue origini caratterizzò il Club Alpino, ovvero lo strettissimo connubio che legava il CAI al mondo della ricerca scientifica; per comprendere la profondità di questo rapporto è sufficiente leggere le pagine del “Bel Paese” di Antonio Stoppani (1876), nelle quali si parla diffusamente dell’origine e delle finalità scientifiche del Club Alpino.

 

PriamarAgelo Mosso e Antonio Stoppani pubblicazioni di divulgazione scientifica di fine ottocento - foto Walter Nesti

Ma all’abate Stoppani (uno dei padri delle moderne scienze geologiche italiane) si accompagnarono Gaetano Chierici (padre delle scienze archeologiche italiane), Luigi Pigorini, Pellegrino Strobel, Federico Sacco, Torquato Taramelli, Luigi Bombicci, Guglielmo Guiscardi, Ardito Desio, Giuseppe Nangeroni  e tante altre eminenti figure di scienziati che costituirono nel loro campo l’anima vitale del sodalizio. Viene spontaneo chiedersi il perché di questo singolare e profondo abbinamento tra CAI e scienza; la risposta si trova nell’epica scalata del Monte Bianco avvenuta l'8 agosto del 1786, che oltre a sancire la nascita dell’alpinismo, fu promossa da uno scienziato: il naturalista ginevrino Horace-Bénédict de Saussure. Per rimanere invece all’interno del CAI è sufficiente ricordare la figura stessa del suo fondatore, Quintino Sella, scienziato e statista che nel 1874 promosse la rifondazione dell’Accademia dei Lincei e che diede un fondamentale apporto alla nascita della Società Geologica Italiana (1881) , o quella del Fisiologo Angelo Mosso ,che nel 1902 promosse l’istituzione  di un laboratorio  ai 4554 metri della Capanna  Margherita , e che nel  1910  costrui’ un istituto di ricerca  presso il Col d’Olen , a quota 2900 metri , sempre nel gruppo del Monte Rosa.

Gli Operatori Naturalistici e Culturali 

In anni più recenti l’impegno scientifico del CAI si è ulteriormente allargato alla sua stessa base sociale, con la istituzione nel 1999 degli Operatori Naturalistici e culturali, impegnati a livello locale e nazionale a promuovere e diffondere all’interno del Sodalizio le conoscenze naturalistiche ed antropiche, organizzando escursioni scientifiche, corsi, seminari e svolgendo attività di ricerca e partecipando attivamente ai gruppi di lavoro del Comitato Scientifico Centrale, come Terre Alte, Grandi Carnivori, Rete Museale, Rifugi e Dintorni ed altro ancora. Essere Operatori Naturalistico Culturali e partecipare all’attività del Comitato Scientifico significa quindi operare all’interno del grande solco che, conformemente all’art 1 dello statuto, lega sin dalle sue origini il CAI alla “conoscenza e lo studio delle montagne”.

Il nostro compito

Nostro compito è quello di condurre attività di ricerca in ambiente montano – e ipogeo, per quanto attiene la disciplina della speleologia - concorrendo anche alla sua divulgazione all’interno della compagine associativa del CAI. Due sono le componenti che ci contraddistinguono: il desiderio di conoscere la grande complessità dell’ambiente naturale ed umano delle nostre montagne, e la volontà di divulgarne i caratteri salienti. La nostra grande famiglia accoglie lo “scienziato” puro e il divulgatore, il ricercatore silenzioso ed il conferenziere scientifico, l’accademico e l’autodidatta: tutti accomunati dal desiderio di conoscere, di studiare, di capire e di far conoscere . A distanza di quasi 90 anni dalla sua fondazione, il ruolo del Comitato Scientifico Centrale è quanto mai attuale. Oggi siamo infatti chiamati a confrontarci con nuove sfide epocali, impensabili solo pochi anni fa: le mutate condizioni  ecologiche ed il cambiamento dello storico rapporto tra uomo e montagna, con l’abbandono di gran parte delle “Terre Alte”, ci impegnano a documentare aspetti che nel volgere di poco tempo andranno inesorabilmente perduti. In questo contesto dobbiamo cercare di far lievitare il desiderio della conoscenza in un sempre maggiore numero di soci, creando anche le condizioni per costituire all’interno delle nostre sezioni e dei gruppi regionali del CAI nuovi comitati scientifici, che sono essenziali per rafforzare la nostra missione associativa.

Giuliano Cervi

 

 

Elenco componenti CSC mandato 2017-2019

CERVI Giuliano
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Presidente

PELLICIOLI Luca
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Vicepresidente

CARLESI Piero

Segreteria

DE PASQUALE Mario
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Componente

FRIGO Gianni
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Componente

GIANNI Mauro
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Componente

LIBERATI Alberto
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Componente

PREGLIASCO Michele
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Componente

Consigliere centrale incaricato dei collegamenti con l’OTCO
GHEDINA Alberto
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Incaricato del CDC per i collegamenti con l'OTCO
QUARTIANI Erminio
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Referenti CS regionali e ONC

Friuli, Veneto, Trentino Alto Adige, Lombardia: Gianni Frigo

Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Toscana, Emilia-Romagna: Michele Pregliasco

Centro, meridione e isole: Alberto Liberati 

Incarichi di lavoro

Referente CCS: Alberto Liberati

Referente CCE: Gianni Frigo

Referente Miur e CCTAM: Mauro Gianni 

Gruppo di lavoro Terra Alte: Sara Lucchetta, Mauro Varotto

Gruppo di lavoro laboratorio di Bossea: Guido Peano, Michele Pregliasco

Referente "Sviluppo di scambi culturali transnazionali" e CCAG: Mario De Pasquale

Rifugi e dintorni: Mauro Gianni

Sito WEB: Claudia Palandri, Michele Pregliasco

Segreteria: Piero Carlesi Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Chi sono i Comitati Scientifici Regionali

I Comitati Scientifici Regionali  (a volte chiamati periferici per distinguerli dal centrale) sono un organi tecnici territoriali (OTTO) che operano nell’ambito della regione e o delle regioni di appartenenza e dipendono dal Comitato Scientifico Centrale di cui attuano le direttive e gli orientamenti tecnici e dai quali ricevono i fondi necessari per la loro attività. Ne fanno parte le persone scelte per competenze specifiche, disponibilità e capacità elette dalle assemblee dei delegati del Club Alpino Italiano.

I Comitati Scientifici Regionali hanno compiti e finalità analoghe a quelli centrali, ma mentre quest'ultimi svolgono un'attività di formazione, ricerca e informazione a livello nazionale ed extranazionale, nei regionali queste mansioni  hanno una dimensione locale che privilegia il dialogo e la collaborazione con strutture regionali nonchè una conoscenza approfondita del territorio.

Ecco perche i CS regionali sono molto attivi con i parchi regionali,orti botanici, laboratori,musei, osservatori e altre realtà scientifiche e culturali sparse sul loro territorio che conoscono molto bene con le quali sviluppano attività di studio e divulgazione. Non va dimenticato poi che i CS regionali sono a stretto contatto con le sezioni locali del Club Alpino Italiano, ed è questa, assieme alla profonda conoscenza degli aspetti naturalistici e culturali del paesaggio, il motivi per il quale è demandato a loro il compito di formare e organizzare l'attività degli Operatori Naturalistici e Culturali Regioali.

La sinergia tra Comitato Scientifico Centrale e Comitati Scientifici Regionali si attua attravero un dialogo continuo tra i presidenti dei rispettivi organi tecnici nonchè i referenti del CSC. Al CSC è demandata la responsabilità di promulgare le linee guida e i regolamenti che i armonizzano e guidano sia i Comitati Scientifici Regionali che gli ONC.

Elenco dei Comitati Scientifici Regionali

Vengono qui elencati i CS regionali e i riferimenti per contattarli, per ulteriori informazioni si consiglia di andare sui rispettivi siti riportati nell'elenco.

CSLPV - Liguria, Piemonte, Valle d'Aosta

Sito WEB: cslpv.digilands.it www.digilands.it Facebook 

Presidente:
Dino Genovese - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Componenti
Ivan Borroni Vicepresidente, Maria Vittoria Poggi Segretaria, Mauro Oria Tesoriere, Giuseppe Ben, Piermauro Reboulaz, Marzia Serralutzu

CSL - Lombardia

Sito WEB: www.cs.cailombardia.it

Presidente:
Marco Torretta - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

CSVFG - Veneto, Friuli Venezia Giulia

Sito WEB: www.caicsvfg.it

Presidente:
Chiara Siffi - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

CSER - Emilia-Romagna

Sito WEB: www.caiemiliaromagna.org

Presidente:
Milena Merlo Pich - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

CST- Toscana

Presidente:
Francesco Mantelli - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Componenti:
Pierluigi Ferracuti, Pietro Paolo Pierantoni, Romagnoli Angelo

CSMAR - Marche

Presidente
Franco Laganà - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Componenti
Pierluigi Ferracuti, Pietro Paolo Pierantoni, Romagnoli Angelo

CSABR - Abruzzo

Sito WEB: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Presidente
Salvatore Perinettì

Componenti:
Daniele Berardi, Paolo Cucculelli, Gianfranco Cavasinni, Stefano Pallotta, Giuseppe Ulacco segretario

CSCAM - Campania

Sito WEB: www.caicampania.it   www.appenninocampano.or

Presdiente:
Vilma Tarantino - tvilma@libero.

 

In questo articolo Roberto Mantovani, giornalista e storico, ci da una immagina del brodo primordiale in cui nel ‘700 l’alpinismo nacque come stampella della sete di conoscenza in alta quota. E’ attraverso questo ragionamento storico che si può capire l’intima unione tra il Club Alpino Italiano e lo studio  delle montagne, come sarà messo in luce negli articoli degli autori che seguiranno.

 

Convenzionalmente, gli storici hanno stabilito che la nascita ufficiale dell’alpinismo coincide con la prima ascensione del Monte Bianco, conclusasi – il dato è ricavato dalla testimonianza di chi seguiva l’ascensione da Chamonix, con il telescopio – alle ore 18.23 dell’8 agosto 1786.

Ovviamente, l’ascensione di quel giorno non costituì, in termini assoluti, la prima salita di una montagna. Fu però una scalata particolare perché, dal punto di vista epistemologico, rappresentò un cambiamento netto rispetto al passato.

Quell’avvenimento mandò infatti deliberatamente in frantumi, e in modo definitivo, il tabù delle altezze. Varcò i confini di un mondo proibito – quello dell’alta montagna, appunto – da cui, secondo le credenze dell’epoca, bisognava assolutamente tenersi lontani. In altre parole, sfidò apertamente l’anatema delle autorità religiose e politiche.

Uno dei suoi autori, il medico condotto di Chamonix, Michel Gabriel Paccard, 29 anni – come peraltro la sua guida, Jacques Balmat, più giovane di lui di cinque anni – era un suddito di Vittorio Amedeo III re di Sardegna. Non solo: Paccard era anche seguace della cultura dei lumi; esattamente come il mandante dell’ascensione, il geologo ginevrino Horace Bénédicte de Saussure. Ed entrambi, Paccard e Saussure, erano portatori di uno sguardo laico nei confronti della montagna.

300px Chamonix Michel PaccardStatua di Michel Paccard di fronte al Monte Bianco - Chamonix, Francia (credit wikipedia)

È anche per questo che la prima ascensione del Monte Bianco, la vetta più alta dell’intero arco alpino, è stata scelta come atto di nascita dell’alpinismo: nella vicenda dell’agosto 1786 affiorano evidenti i pilastri fondativi del pensiero occidentale moderno.

La novità e la forza del nuovo, in quella salita, erano costituite da un evidente atteggiamento di disincanto rispetto alle antiche leggende, e in una consapevolezza scientifica in grado di stracciare superstizioni e cancellare dalla scena demoni, draghi e streghe che, da secoli, la mentalità diffusa aveva insediato in pianta stabile sulle montagne.

Tutte le ascensioni precedenti, anche le più famose, come ad esempio quella del Rocciamelone, nel 1358, da parte di Rotario d’Asti (per inciso, il Rocciamelone fu anche l’unico 3000 delle Alpi salito prima del 1600), o come quella del Monte Aiguille, nel 1492, che va attribuita ad Antoine de Ville, ciambellano di re Carlo VIII di Francia, erano legate ad altre motivazioni.

L’“invenzione della montagna”

Bisognava che succedesse qualcosa di importante per far nascere l’alpinismo. Per prima cosa doveva ancora manifestarsi quell’“invenzione della montagna” che, nella seconda metà del ’700, grazie al fondamentale contributo di letteratura, poesia e arte, avrebbe portato in primo piano, nei salotti della cultura europea, le altissime terre del continente. Ma soprattutto, occorreva il fondamentale apporto della scienza, in particolare dei primi studi geologici, per liberare con un atto di forza l’arco alpino dalla gabbia delle sacre scritture, cioè da quelle credenze che oggi etichetteremmo come “creazionismo”. (Bisogna tenere conto, al proposito, che nel ’700 le teorie del sollevamento delle montagne e della successiva erosione dei rilievi da parte degli eventi atmosferici erano ancora ampiamente in discussione).

Descent from Mont Blanc in 1787Descent from Mont Blanc in 1787

Le montagne, secondo il racconto biblico, sarebbero apparse il terzo giorno della Creazione, e il loro aspetto non sarebbe mai mutato: non sarebbe riuscito a modificarlo nemmeno il diluvio.

Fergus Fleming, nel suo libro Killing Dragons. The cònquest of the Alps, uscito nel 2000 e comparso in edizione italiana nel 2012, con il titolo A caccia di draghi. La conquista delle Alpi, sostiene che: «La camicia di forza della Bibbia (e si riferisce alla spiegazione della nascita del globo terracqueo e alla formazione dei rilievi, n.d.a.) era a quel tempo talmente stretta che perfino scienziati economicamente indipendenti come Saussure si rifiutavano di approvare una teoria che escludesse il Diluvio». Scontrarsi con l’autorità religiosa, dunque, era come cozzare a grande velocità contro un muro di pietra.

Prendiamo ad esempio le morene glaciali, rese visibili dalla fusione dei ghiacciai. Fleming asserisce che Saussure si rifiutava di collegarle alla loro vera causa. Le interpretava invece, secondo l’ortodossia del tempo, come macerie lasciate dal Diluvio, e quindi le inquadrava nella sua concezione biblica del mondo. Sfidare l’interpretazione corrente delle Scritture poteva infatti causare seri guai.

Siamo dunque ai primordi dello sguardo scientifico rivolto alla natura. Le scienze della Terra sono ai primi vagiti, e devono farsi strada dimostrando persino cose che oggi sembrano postulati.

Basti pensare che il giovane Saussure, per smettere lui stesso di credere alla presenza delle streghe e dei draghi sulle montagne – e per garantire a tutti che quegli esseri non esistono – solo duecentocinquant’anni fa era ancora costretto a collezionare le prove del fatto che quegli esseri che noi oggi definiamo fantastici erano stati creati dall’immaginazione collettiva.

Stampella della scienza

È dalla scienza che partirà l’impulso che darà vita all’alpinismo, e solo più tardi quella spinta verrà appoggiata dai poeti, dagli scrittori, dai pittori e dai musicisti, che avranno senz’altro un ruolo importante nel richiamare l’attenzione dell’intellighenzia europea sulla montagna.

L’alpinismo nascerà dunque come stampella della scienza. La capacità e la tecnica necessarie per salire alle alte quote, a fine ’700, costituiranno uno strumento per soddisfare la curiosità scientifica. Uno strumento indispensabile per osservare il mondo dell’alto, per le osservazioni geologiche e per gli esperimenti ad alta quota.

La scalata dell’8 agosto 1786 divide la conoscenza delle montagne in un prima e in un dopo. Separa ciò che avvenuto prima della nascita dell’alpinismo da quello che è capitato dopo quella data, cioè il fluire degli eventi alpinistici.

E se il dopo, a parte qualche caso, è documentabile senza eccessive difficoltà, gli anni del prealpinismo non lo sono affatto. Si perdono nelle nebbie delle prime ricerche in montagna, delle esplorazioni pionieristiche e dei racconti mitologici. Anche perché, per la cultura del mondo urbano, ancora in età moderna (parliamo di modernità storica) le Alpi erano tanto distanti dal mondo civile quanto poteva esserlo la luna.

Lasciamo da parte le considerazioni che l’antichità classica e il medioevo nutrivano nei confronti delle montagne, totalmente improntate all’orofobia. Ma va ricordato che, ancora in pieno Rinascimento, per il mondo urbano le Alpi erano una regione pressoché sconosciuta; rappresentavano il regno dell’ignoto. E l’ignoto, per il mondo delle città e delle contrade d’Europa, era una specie di tela bianca su cui proiettare fantasie, incubi e sogni.

Lo storico francese Philippe Joutard, nel suo L’invention du Mont Blanc, uscito nel 1986 per le edizioni Gallimard, scrive che in realtà: «La montagna non è mai stata assente dall’orizzonte mentale europeo ma, come nella maggior parte delle culture, essa era uno spazio sacro, interdetto all’uomo comune, residenza della divinità buona o cattiva. La montagna compariva nell’iconografia, ma in secondo piano, in maniera stilizzata e come simbolo di una presenza sovrannaturale».

Attenzione, però: stiamo parlando della cultura egemone di quei tempi. Una cultura che non era evidente assimilabile, per lo meno sul tema montagna, a quella delle enclaves che avevano scelto di vivere sulle Alpi e che non erano mai riuscite a raccontarsi. Piccoli mondi che molto probabilmente manifestavano un atteggiamento diverso nei confronti della montagna. Un atteggiamento che oggi non siamo in grado di documentare, ma possiamo immaginare o ipotizzare.

Se i popoli alpini avessero nutrito un sentimento di avversione per gli ambienti d’alta quota, come sarebbero riusciti a sopportare un quotidiano osteggiato dalla presenza costante di demoni, draghi e streghe stanziati a breve distanza dagli insediamenti rurali o nascosti tra le cime che incombevano sui pendii delle valli?

Al contrario, viene naturale pensare che l’abitare la montagna implicasse un certo tasso di confidenza con l’ambiente e, contemporaneamente, l’acquisizione di un sapere specifico che permetteva di fronteggiare il gelo dell’inverno, le grandi nevicate, le valanghe, l’instabilità dei pendii, le alluvioni e i venti che si infilano con prepotenza nei solchi vallivi.

Per completare il ragionamento, può essere utile ricordare che spesso i manuali storici citano le leggende che, prima della nascita dell’alpinismo, circolavano nella Valle di Chamonix, come pure le ricorrenti benedizioni ai ghiacciai e le processioni religiose indette dai parroci per fermare l’avanzata delle «glacières», causate dalle oscure forze del male.

Si tratta di eventi citati spesso nei documenti delle parrocchie locali, e in effetti, nel Seicento e per buona parte del Settecento, l’immane colata della Mer de glace fu considerata una presenza ingombrante punitiva in cui si concentravano energie sovrannaturali terrificanti. Non solo: il mondo valligiano locale era anche incline a pensare che nella catena montuosa che s’innalza sopra le comunità disseminate lungo il corso dell’Arve si nascondessero delle cime maledette.

Forse però è il caso di interrogare sulla genesi di quelle credenze. Viene infatti da chiedersi se tali convinzioni non riflettessero l’atteggiamento della cultura urbana nei confronti delle montagne.

Ed è importante riflettere sulla questione perché, negli ultimi secoli del Medioevo, alcune regioni d’alta quota delle Alpi occidentali avevano invece conosciuto un esperimento straordinario, di cui spesso ci si dimentica.

La civilizzazione delle alte quote

I manuali di storia sono prodighi di capitoli sulle vicende dell’Europa mediterranea o sulle su quelle dell’Europa continentale, ma raramente raccontano che, nel periodo appena citato, nelle Alpi occidentali la civiltà fu portata a quote altitudinali incredibili.

Il riferimento riguarda le migrazioni dei coloni Walser che, spinti da contratti ereditari decisamente all’avanguardia, concessi loro da feudatari e monasteri che possedevano vastissimi fondi montani, avevano letteralmente dissodato l’alta montagna e avevano fatto casa ad altitudini a quel tempo impensabili. Saltando le quote intermedie e costruendo villaggi stabili, talvolta addirittura oltre i 2000 metri, tutto intorno al Monte Rosa.

Qualcuno dice che quello fu il periodo dell’optimum climatico medievale, e tende a ridimensionare l’eccezionalità di quelle migrazioni epocali. Si tratta di una convinzione abbastanza diffusa. Oggi tuttavia i climatologi sostengono che, con grande probabilità, sulle Alpi a quei tempi non faceva affatto più caldo di oggi, e che i ghiacciai non presentavano dimensioni più ridotte delle attuali. La comunità scientifica è infatti propensa a ritenere che, negli ultimi 5000 anni, il clima non sia mai stato caldo come oggi.

Mummia uomo del Similaun sulle Alpi italiane 1991Mummia uomo del Similaun sulle Alpi italiane 1991 - Di Vienna Report Agency/Sygma/Corbis - http://ilfattostorico.com/2011/06/26/lultima-cena-di-oetzi/, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4017159

Una delle prove più evidenti sarebbe costituita dal ritrovamento di Oetzi. Se la mummia del Similaun, rinvenuta sulle Alpi Venoste nel 1991 a quota 3200, fu ritrovata in perfetto stato di conservazione, è perché in passato – sostengono gli studiosi – la fusione glaciale non era mai stata tanto consistente come oggi. In altre parole: se le Alpi si fossero spogliate dei ghiacciai, il venir meno della coltre gelata che per alcuni millenni ha ricoperto Oetzi avrebbe impedito la conservazione del reperto.

(Sull’argomento può essere utile consultare il numero speciale di “Nimbus”, la rivista della Società meteorologica italiana, pubblicato nel dicembre 2012 e interamente dedicato al progetto Archlim, cioè alla ricostruzione del clima medievale da fonti documentarie in area alpino-padana. Il lavoro riguarda il versante meridionale delle Alpi e raccoglie i risultati di una ricerca interdisciplinare che ha impegnato a lungo storici e scienziati: climatologi, paleografi, archivisti, storici e ingegneri ambientali, sotto la supervisione scientifica di studiosi di fama).

La storia dei Walser, a cui si è appena fatto cenno, è stata un’esperienza che si è consumata nel silenzio dell’alta montagna. Per secoli l’Europa ha continuato a non sapere, a ignorare quella vicenda. A guardare le Alpi come se l’immane sequenza di colli e di cime rappresentasse il nulla, come se racchiudesse uno spazio vuoto (anche se popoli di ogni sorta in passato l’aveva attraversata o vi si erano insediati).

Per i cartografi del tempo, addirittura, le cime alpine non avevano nome. La prima carta d’Italia a stampa, che risale al 1482 e che uscì con l’atlante Berlingheri, oggi conservato alla Biblioteca nazionale di Torino, riporta un solo toponimo, all’estremità occidentale dell’arco alpino: «Mote Vesulo». Sotto è disegnato un lago: l’origine del Po. Qua e là si legge poi il nome di alcune valli, ma non le cime delle montagne. E dire che mancavano solo dieci anni alla cosiddetta “scoperta” dell’America. Per vedere comparire il toponimo Monte Rosa su una carta occorrerà attendere il 1620.

Eppure, nel Rinascimento, anche nei confronti di quel mondo alpino che le comunità urbane percepivano come un ambiente lontano se non del tutto irraggiungibile, accadde qualcosa di assai interessante.

I primi studiosi delle Alpi

Nella prima metà del Cinquecento, ad esempio, l’umanista Conrad Gesner, medico, naturalista e filosofo di Zurigo (tra i suoi sostenitore va annoverato il riformatore svizzero Uldrich Zwingli), cominciò a esplorare le Alpi, che considerava parte costitutiva del Teatro del mondo, e si ripromise di scalare ogni anno almeno una cima. Il suo approccio alla ricerca seguiva quattro capisaldi: l'osservazione, la dissezione, i viaggi e una descrizione accurata. Ma soprattutto denotava un atteggiamento nuovo rispetto agli studiosi del Rinascimento, che tendevano a utilizzare come fonti del sapere gli scrittori dell’antichità classica.

Gesner scoprì cose interessanti, ma fuori dalla Svizzera fu ampiamente ignorato (occorre tenere presente che era un seguace della Riforma).

Contemporaneo di Gesner, lo svizzero Josias Simler (anche questo un uomo della Riforma) licenziò nel 1574 il suo famoso De Alpibus commentarius, il primo trattato moderno sulla catena alpina. Simler non conosceva di persona le Alpi e costruì il libro sulla base di notizie di seconda mano; tuttavia ebbe il merito di raccogliere tutte le possibili conoscenze sulle montagne che separano l’Italia dai paesi del Nord Europa. In una sorta di “enciclopedia alpina” che, più di tre secoli dopo, dopo che verrà ripresa nella monumentale opera di William Augustus Brevoort Coolodge (Joasias Simler et les origines de l’alpinisme jus’quen 1600), apparsa a Grenoble nell’ottobre del 1904.

Centocinquantotto anni dopo l’apparizione del De Alpibus, un corregionale di Gesner, Joachim Scheuchzer, professore di fisica all’Università di Zurigo, effettuò nove viaggi sulle Alpi e pubblicò (nel 1723) il celebre Itinera per Helvetiae Alpina Regiones. Lo studioso descrisse fossili e ghiacciai, raccontò di botanica, di zoologia e di popolazioni montane. Ma non era un uomo da cime: a parte qualche eccezione, frequentò sempre e solo la montagna delle medie quote. Cercò anche di rispondere a un quesito che ossessionava l’Europa del tempo: esistono o no, i draghi in montagna? E la risposta fu: sì, esistono. Non tutti quelli proposti dalle leggende agli uomini del ’700, ma a Scheuchzer alcune testimonianze di incontri con i draghi parvero attendibili. Tant’è che lo studioso svizzero compilò un elenco di animali classificabili come draghi: mostri dalle fattezze diverse, con corpi di serpente sormontati da teste di gatto, serpenti con ali da pipistrello e zampe squamate, bestie con la cresta, ecc.

Eppure, quando solo diciotto anni più tardi, spinti dalla curiosità di ammirare cime e ghiacciai, gli aristocratici viaggiatori britannici Richard Pococke e William Windham entrarono con una carovana nella valle di Chamonix (pretendendo tra l’altro di essere gli scopritori del paese), non si imbatterono in nessuna presenza vivente al di fuori dall’ordinario.

Che dire, dunque? Che evidentemente tra il 1723 e il 1741 nel mondo della cultura europea erano successe alcune cose importanti. E soprattutto che l’alta montagna cominciò finalmente a fare capolino nell’orizzonte intellettuale del tempo.

Nel 1732, lo svizzero Albrecht von Aller, un famoso naturalista e filosofo svizzero (era nativo di Berna) di calco illuminista, aveva pubblicato il poema Die Alpen che ovunque, nei cenacoli letterari dell’antico continente, aveva diffuso la moda alpestre e una visione della natura ben differente da quella della tradizione (Particolare importante: Die Alpen avrà ben 30 ristampe). E poi, a ruota, erano apparsi i primi scritti di Rousseau, anche se La nouvelle Heloise è solo del 1761.

Lentamente, la montagna cominciò dunque a diventare di moda, fino a costituire uno dei temi centrali nel dibattito culturale dell’epoca. Anzi, fu proprio l’apparizione della montagna sulla scena del mondo urbano a costituire la vera, grande “invenzione” del secolo. Un’invenzione che permise alle élite intellettuali di fine ’700 di posare lo sguardo su un ambiente e su un paesaggio che fino a quel momento aveva continuato ad essere letteralmente invisibile.

Ma la montagna non apparve affatto in virtù di un gioco di prestigio. Il suo dischiudersi allo sguardo dei sapienti del Secolo dei Lumi fu il risultato di una vera e propria rivoluzione culturale capace di garantire uno statuto anche ai luoghi che la civiltà occidentale aveva per secoli ignorato o rifiutato di accogliere all’interno del proprio perimetro di senso e di significato.

Dunque, intorno alla metà del Settecento vengono poste delle premesse importanti per favorire l’avvicinamento di viaggiatori e letterati alla montagna. Ma attenzione: stiamo parlando di viaggiatori, non di alpinisti. In quegli anni non ci si spingeva oltre la quota delle nevi perenni. Non si scalava. Il mondo delle altezze cominciava a far capolino ma incuteva ancora timore. Anzi, l’idea di salire sulle cime più elevate doveva ancora essere messa a punto.

L’impulso a esplorare quel mondo doveva nascere da premesse diverse. Occorreva una spinta più potente delle suggestioni letterarie o poetiche; bisognava che il richiamo del mistero diventasse irresistibile. Come abbiamo detto all’inizio, il passo decisivo dovrà farlo la scienza. E la mente scientifica che farà impennare la corsa all’ignoto racchiuso dalle altezze della Terra nella seconda metà del Settecento, sarà quella – lo abbiamo già visto – di un aristocratico calvinista ginevrino. Horace Bénédicte de Saussure, che a 22 anni era già professore di filosofia all’Accademia di Ginevra e a 28 era stato chiamato a far parte della Royal Society britannica. Uno studioso che nutriva una passione sfrenata per la botanica e, soprattutto, per le scienze della Terra, al punto che oggi è considerato uno dei padri della geologia.

429pxSaussureHorace-Bénédict de Saussure (credit wikipedia)

Saussure era letteralmente ossessionato dal Monte Bianco, che intravedeva bene da Ginevra nelle giornate serene. E meno di vent’ani dopo il viaggio a Pococke e Windham approdò a Chamonix, dove diventerà di casa.

Da pioniere delle scienze della Terra, Saussure si trovò fare i conti con la superstizione. Ma fece tutti i passi necessari muovendosi con la necessaria prudenza scientifica.

In ogni caso, l’idea che qualcuno dovesse salire finalmente sul Monte Bianco era più forte di lui. Tant’è che nel 1860 offrì una ricca ricompensa alla prima persona che sarebbe riuscita a scalare la montagna.

Era convinto che lassù si nascondesse la chiave segreta per capire come si è formata la Terra.

Come finì la sfida lanciata da Saussure lo abbiamo raccontato all’inizio.

Scienza, prealpinismo, esplorazioni alpine

Dopo il 1786, come si è detto in precedenza possiamo finalmente parlare di alpinismo. Anche se quella data segna solo evidentemente un confine teorico. Non tutti, infatti, dopo la prima ascensione del Monte Bianco ebbero la consapevolezza di essere entrati in una nuova fase storica.

A questo punto, però, è forse il caso di tornare per un momento al prealpinismo. Tale ambito comprende tutte le ascensioni precedenti all’agosto del 1786, portate a termine per diletto, per accidente e per qualsivoglia altro motivo. Ma accoglie anche le campagne di ricerca dei primi geologi, dei mineralogisti d’antan, degli ingegneri minerari fautori dei primi studi stratigrafici nella seconda metà del Settecento, dei pionieri del’esplorazione alpina, dei botanici, dei cercatori di fossili, dei pionieri dello studio della stratigrafia.

E poi bisogna aggiungere il lavoro degli studiosi delle origini della Terra: una corrente che da Thomas Burnet – la cui opera Telluris Theoria Sacra, uscita in latino nel 1681, e tre ani dopo in inglese, cominciò a far scricchiolare la teoria biblica della creazione della Terra – si spinge a inizio Ottocento sino a Charles Lyell, per poi continuare con altri studiosi di fama. Insomma: uno straordinario filone di studi che, oltre a scoprire la dimensione del tempo profondo, dimostra che l’origine della Terra è inscritta nelle montagne.

Inoltre va tenuto in conto il fatto che molti tra pionieri della geologia figurano anche nel novero dei pionieri dell’alpinismo.

Tra i protagonisti, che ancora non possiamo definire italiani,

ma che sono comunque cittadini della penisola, la lista dei prealpinisti è sostanziosa. E va dall’abate veneziano Anton Lazzaro Moro, autore nel 1740 del volume De’ crostacei e degli altri marini corpi che si trovano su’ monti, ad Antonio Vallisneri (con il De corpi marini) e Luigi Ferdinando Marsili, studiosi dell’Appennino tosco-emiliano. E allinea molti altri personaggi di spicco, da Giovanni Targioni Tozzetti a Giovanni Arduino, da Lazzaro Spallanzani a Scipione Breislack, da Giovanni Battista Brocchi a Giuseppe Marzari Pencati. In pratica, la gran parte degli antesignani della geologia italiana. Oltre a questi nomi – anzi, prima di tutti gli studiosi appena citati, il prealpinismo nella penisola può vantare il nome di Francesco De Marchi, nato nel 1504 a Bologna e morto all’Aquila nel 1576. Un ingegnere militare e un avventuriero (nel senso più positivo del termine), animato da una curiosità scientifica tipicamente rinascimentale. Dopo aver girovagato a lungo tra i monti d’Abruzzo, il 19 agosto 1573, assieme ad alcuni compagni e a un cacciatore di camosci, all’età di 69 anni, De Marchi, salì per primo sulla cima del Corno Grande del Gran Sasso, lungo quella che oggi è considerata la via normale alla vetta. E raccontò: «Quando fuoi sopra la sommità, mirand’all’intorno, pareva che io fussi in aria, perché tutti gli altissimi Monti che gli sono appresso erano molto più bassi di questo». Ma quella straordinaria ascensione ebbe un seguito importante. Fu poi ripetuta, due secoli più tardi, il 30 luglio 1794, dal naturalista teramano Orazio Delfico, classe 1769, allievo di Spallanzani e di Volta all’Università di Pavia.

 

Testo di Annibale Salsa tratto da "Le Alpi: dalla riconquista alla conquista" edizioni il Mulino - recensito su questo sito

In questo articolo vengono analizzati i presupposti storici che portarono nel 1863 alla nascita del Club Alpino Italiano. Non sfuggirà al lettore il connubio forte tra scienza e montagna già introdotto da Mantovani nell’articolo precedente, che qui Salsa inserisce nel contesto post-risorgimentale per darci un quadro molto preciso di quello che diventerà il DNA del Club Alpino Italiano, formato da una componente scientifica e da una componente sportiva che negli anni acquisterà maggior rilievo.

 

327 Dicembre 1856: Quintino Sella viene cooptato dall’Accademia delle Scienze di Torino quale membro effettivo.. 23 Ottobre 1863: Quintino Sella fonda il Club alpino di Torino, futuro Club alpino italiano, all’interno della Scuola di Applicazione per gli Ingegneri, simbolo evidente dell’impronta scientifico-culturale-formativa del futuro Sodalizio.

I legami fra scienza ed alpinismo, in Italia, avranno nello scienziato ed alpinista Sella un autorevole punto di riferimento.

La fondazione del Club Alpino Italiano si colloca, infatti, nel periodo storico immediatamente successivo alla nascita dello Stato unitario italiano (17 Marzo 1861) ed è contestuale, quindi, alla sua evoluzione istituzionale e sociale. Essa riflette il vivace clima risorgimentale e post-risorgimentale che ha innervato la vita culturale e politica del milieu scientifico torinese. La città di Torino, a seguito dell’Editto di Rivoli dell’anno 1561, diventerà il centro politico-amministrativo degli Stati Sabaudi. La città subalpina subentrerà alla transalpina Chambéry dapprima nell’ambito del Ducato di Savoia fino all’anno 1720 e, successivamente, del Regno di Sardegna fino al 1860 e del regno d’Italia dal 1861 al 1864. Torino rafforzerà, pertanto, la sua vocazione di centro gravitazionale delle Alpi Occidentali, ovvero di quel settore dell’arco alpino che segnerà la nascita dell’alpinismo nella sua originaria connotazione scientifico-esplorativa. Questo approccio alla montagna, di matrice cittadina ed intellettuale, veniva a configurarsi come una modalità di frequentazione maturata nel clima culturale ginevrino, allora fortemente influenzato dall’autorevolezza scientifica di Horace-Bénédict De Saussure, eminente filosofo della natura. Sul piano pratico sarà la salita al Monte Bianco, compiuta nell’estate del 1786 grazie alla determinazione del medico Michel-Gabriel Paccard e sotto la guida del montanaro di Chamonix Jacques Balmat, ad imprimere una svolta nell’«invenzione», tutta moderna, della conquista delle vette. La matrice scientifica dell’alpinismo, alimentata dalle innovative idee del pensiero filosofico illuminista, individuava nella salita delle montagne la concretizzazione di un ideale di conoscenza declinato in senso rigorosamente laico. Ciò significava rapportarsi agli spazi vergini delle montagne con uno stato d’animo totalmente liberato da quei tabù magici e religiosi che, in epoca premoderna, avevano pesantemente ipotecato l’ascesa alle cime. Le vette erano ritenute, infatti, spazi del sacro inteso nella sua costitutiva ambivalenza, divina o demoniaca, non violabile attraverso la presenza umana ritenuta profanatrice. Oltre alla paura del mistero che le cime custodivano, i valligiani erano del tutto privi di interesse materiale per i terreni improduttivi posti sopra il limite delle praterie sommitali non potendo, queste ultime, essere utilizzate per le finalità economiche agro-pastorali, le uniche perseguibili in un’economia di autoconsumo e di sussistenza.

L’Università subalpina e l’Accademia delle Scienze erano le istituzioni di ricerca cui facevano riferimento i primi salitori delle montagne piemontesi. Alla sovranità sabaudo-piemontese apparteneva ancora, per intero, la più alta montagna d’Europa fino al 1860, anno in cui venne formalizzata la cessione della Savoia alla Francia in applicazione degli accordi di Plombières fra Cavour e Napoleone III. Il clima di euforia per la conquista delle vette aveva eccitato gli animi, in particolare degli Inglesi, i quali riservarono al Monte Bianco ed alle vicine Alpi svizzere un’attenzione del tutto particolare. Indubbiamente, agli interessi scientifici originari si affiancarono interessi turistici e ricreativi nei confronti della montagna. Tuttavia, le motivazioni profonde dell’«andar-per-monti» continuarono ad essere quelle legate allo studio delle Scienze della Terra, con particolare riferimento alla geologia ed alla geomorfologia. Frattanto, nell’anno 1857, a Londra veniva fondato il primo Club Alpino del mondo, associazione che annoverava, fra i suoi selezionati membri, illustri scienziati come John Tyndall. Accanto all’originario nucleo degli scienziati cominciava però a farsi strada una scuola di pensiero orientata agli aspetti sportivi dell’alpinismo. Essa aveva nella figura di Lesley Stephen, padre di Virginia Wolf, un carismatico punto di riferimento. All’interno di quest’ultima componente, l’alta montagna si trasformava da “terreno di ricerca” in “terreno di gioco” dell’Europa (Playground of Europe), lasciando uno strascico di contestazioni e prese di posizione da parte della componente scientifica originaria. Negli anni 1862 e 1863 la febbre della conquista alpinistica si diffonderà fra i ceti colti ed agiati dell’aristocrazia e della borghesia austriaca (1862), svizzera ed italiana (1863). La motivazione scientifica sarà ancora predominante per giustificare il bisogno di salire i monti sviluppando ricerche in ambito mineralogico, pedologico, oltre che fisico-chimico e botanico. Le prime esplorazioni alpinistiche al Monviso vedranno all’opera gli Inglesi, come accaduto in larga parte delle Alpi, suscitando una certa voglia di rivalsa nel patriota Sella il quale coglieva, nella raggiunta unificazione nazionale, l’elemento catalizzatore per far maturare la volontà di fondare, anche nella nuova Italia, un’associazione di alpinisti sul modello del Club londinese.

bessoVittorio Besso, Escursione alle sorgenti del Po – Crissolo – Pian del Re in occasione del VII Congresso degli Alpinisti italiani, agosto 1874 - Museo della Montagna Torino

L’associazione – libera, laica ed aconfessionale - avrà come scopo quello di: «far conoscere le montagne, in ispecie italiane, e di agevolarvi le escursioni, le salite e le esplorazioni scientifiche» (art. 2 dello Statuto del Club Alpino di Torino, dal 1867 diventato Club Alpino Italiano). Nel discorso di inaugurazione al settimo congresso degli alpinisti italiani tenutosi a Torino nell’anno 1874 leggiamo: «Vi ha nelle Alpi tanta profusione di stupendi e grandiosi spettacoli, che anche i meno sensibili ne sono profondamente impressionati. Il forte sentire ben presto agisce sull’intelletto, sorge la curiosità, il desiderio di sapere le cose e le cause delle cose e dei fenomeni che si vedono. Non si cercherà la ragione di ciò che si vede ogni giorno; l’abitudine crea l’indifferenza; ma gli spettacoli, i fenomeni straordinari, cioè quelli che ordinariamente non si vedono, destano la curiosità e l’intelligenza umana, e così le montagne producono l’effetto dei lunghi viaggi. Quante nozioni, quanti propositi, anzi bisogni di studiare, di indagare, non si riportano dalle escursioni alpine. Quanti pensieri novelli si affollano alle vostre menti comunque siate naturalisti, artisti, filosofi, letterati» (1). Le motivazioni scientifiche, da un lato, e quelle proprie della tradizione risorgimentale, dall’altro, costituiranno le “ragioni seminali” della decisione maturata da Quintino Sella, professore di mineralogia alla Scuola per Ingegneri (oggi Politecnico) di Torino e Ministro delle Finanze del Regno, di costituire una Libera Associazione di frequentatori delle montagne.

147 libroCAI150Salita del Monviso. Anno 1863. Manoscritto di Quintino Sella - Museo della Montagna Torino

Nella celebre «Lettera» indirizzata a Bartolomeo Gastaldi il 15 Agosto 1863, Quintino Sella annota: «A Londra si è fatto un Club Alpino, cioè di persone che spendono qualche settimana dell’anno nel salire le Alpi, le nostre Alpi! […]. Anche a Vienna si è fatto un Alpenverein. […] Ora non si potrebbe fare alcunché anche da noi? Io crederei di sì» (2). Accanto al Sella, si ritroveranno a condividere gli scopi associativi altre figure eminenti del sapere scientifico torinese: il geologo Bartolomeo Gastaldi, segretario della Scuola di Applicazione per Ingegneri ed il botanico Paolo Ballada di Saint Robert, tutti membri dell’Accademia delle Scienze subalpina. Le motivazioni di ricerca erano fatte salve e la centralità assegnata alle scienze geografiche, geologiche e geomorfologiche accompagnerà costantemente la storia del Sodalizio fino alla costituzione di un comitato scientifico, nel secolo successivo, ad opera di un altro scienziato della terra: Ardito Desio. Geografi e geologi hanno lasciato, nei centocinquanta anni di vita del CAI, tracce indelebili della loro presenza scientifica a supporto e stimolo per gli alpinisti, quasi a definire il concetto di alpinismo, espresso da un raffinato umanista come il musicologo Massimo Mila, con queste parole: «forma attiva e pratica di conoscenza della crosta terrestre, l’alpinismo è cultura e quindi soggetto di storia» (3). Lo stesso Mila puntualizza, nella sua raccolta di Scritti di Montagna, un altro importante pensiero: «che l’alpinismo sia cultura, e non semplicemente uno sport, è provato dal fatto che ha prodotto e continua a produrre un’immensa letteratura, quale non si sogna nessuna delle attività più propriamente e strettamente sportive» (4). Sono gli stessi concetti che ritroviamo ancora nell’eredità ideale di Walter Bonatti e nelle testimonianze di Reinhold Messner.

034 libroCAI150Il gruppo femminile U.S.S.I della sezione Torinese del CAI, accampamento alpestre a Pian del Re(Alpi Cozie) sotto il Monviso, 1924 - Museo della Montagna Torino

Tuttavia, nella visione associativa di Quintino Sella, il Club alpino doveva estendere la propria opzione associativa agli aspetti legati alla formazione dei giovani, facendo loro comprendere il valore pedagogico della fatica e del sacrificio. L’esperienza alpinistica li avrebbe dotati di quegli anticorpi morali che l’etica della montagna riesce ad elargire per la sua forte capacità di favorire l’incorporazione del limite. La nascente società industriale, intanto, incominciava a far emergere il senso di onnipotenza della tecnica orientato verso la hybris tecnocratica, frutto dell’aspirazione umana all’onniscienza. Nella società odierna, tale atteggiamento è diventato, però, un tratto culturale preoccupante. Esso connota in senso negativo la nostra società del no limits, le cui conseguenze sull’eco-sostenibilità di un mondo quasi interamente artificiale si fanno sentire in tutta la loro inquietante evidenza. La società contemporanea è travolta, anche in rapporto alla montagna, dai fuochi fatui di una “cultura dell’eccesso” segnata da tecnicismi esasperati che si traducono nella “sportivizzazione” spinta delle attività alpinistiche, vissute nell’ottica del consumo veloce. L’alpinismo culturale di Mila, in coerente continuità con la visione di Quintino Sella, può rappresentare il migliore correttivo nei confronti di talune degenerazioni alle quali assistiamo talora sgomenti. La cultura del no limits, enfatizzata dalla spettacolarizzazione mediatica, rifugge ostentatamente dallo sforzo di conciliare il conoscere con il fare. La lungimiranza del pensiero di Sella, che va oltre il riduzionismo scientistico da un lato ed a quello ludico-sportivo dall’altro, va riportata proprio alla sua poliedrica formazione culturale. Egli, pur essendo un eminente scienziato della terra appartenente alla comunità scientifica delle cosiddette “scienze dure” fisico-matematiche, aveva un occhio di riguardo nei confronti delle discipline umanistiche. Ne costituisce una riprova l’istituzione, nella sua veste di Presidente dell’Accademia dei Lincei (dal 1 Marzo 1874), della classe disciplinare di scienze morali, storiche e filologiche.

Oltre agli aspetti riconducibili all’interesse scientifico nei confronti della mineralogia, della petrografia, della geologia ed alle preoccupazioni di ordine etico-pedagogico verso i giovani, la fondazione del Club alpino riveste, per il Sella, anche un’importante rilevanza politica. Si è già accennato al contesto storico in cui nacque il Sodalizio torinese negli anni appena successivi all’unificazione nazionale. Proprio le Alpi, in tale contesto, vengono ad assumere un significato nuovo. Cambia progressivamente la rappresentazione culturale che della catena alpina viene data in funzione della definizione o, meglio, della “invenzione” di uno spazio alpino di nuova percezione. Se la salita al Monte Bianco del 1786 sarà salutata come una vera “invenzione delle Alpi”, che sancirà il salto dal paradigma della percezione montanara a quello della percezione cittadina (alpinistica e turistica), la salita al Monviso rivestirà invece un forte significato simbolico. Tale significato è situabile al di là sia dell’interesse scientifico-geologico, sia di quello alpinistico.

207 libroCAI150Prima fotografia nota del Monviso realizzata nel 1863 da Luigi Alberto Vialardi, ritoccata e colorata a mano - Museo della Montagna Torino

Il Monviso diventa, dopo il 1860-61, la “montagna della Patria”, della nuova patria rappresentata dal Regno d’Italia. La geografia politica viene a prevalere, pertanto, su quella fisica. Per la geografia fisica le Alpi sono, infatti, una catena montuosa che delimita i quattro grandi bacini idrografici europei del Rodano, del Reno, del Danubio e del Po. Per la geografia politica e la storia dell’insediamento umano, le Alpi sono state una cerniera fra versanti, idrograficamente opposti quanto socialmente osmotici. Con l’affermarsi, in età moderna, degli Stati-Nazione ed in particolare dopo l’applicazione del Trattato dei Pirenei (1659) tra Francia e Spagna, le catene montuose in Europa si sono trasformate gradualmente in barriere di chiusura. Prima dell’età moderna le diverse comunità alpine convivevano entro entità statuali plurietniche e plurilinguistiche. Le varie “nazioni culturali” abitavano pacificamente entro Stati “multinazionali” che prescindevano, nella demarcazione dei loro confini, da qualsivoglia dottrina oro-idrografica (dottrina dello spartiacque o delle acque pendenti o ligne de partage des eaux). Anche gli Stati Sabaudi rispondevano a questa logica di cerniera intra-alpina. Mediante il Trattato di Rivoli già menzionato, il duca Emanuele Filiberto decretava l’uso della lingua francese nei documenti ufficiali dei Ducati di Savoia e di Aosta e della lingua italiana nel Principato di Piemonte e nella Contea di Nizza. Nelle Alpi occidentali lo Stato sabaudo inglobava, entro i propri confini politici, “nazioni” italofone e “nazioni” francofone a scavalco del Moncenisio. Uguale modello contrassegnava e contrassegna ancora, nelle Alpi centrali, la Confederazione elvetica a scavalco del Passo del San Gottardo. Fino alla conclusione della prima guerra mondiale (Trattato di Saint-Germain-en Laye, 1919), il Tirolo storico inglobava “nazionalità” tedescofone, italofone e ladine a scavalco del Passo del Brennero. Il capovolgimento del modello tradizionale multinazionale di Stato alpino interviene, sulle Alpi, a seguito dell’applicazione del Trattato di Utrecht (1713). Per effetto di tale Trattato le testate delle valli Varaita (Casteldelfino), Chisone (Pragelato), Dora Riparia (Oulx) - idrograficamente “pendenti” sul versante padano - diventeranno “piemontesi” e quindi “italiane”. Il paradigma idrografico di matrice francese, funzionale al nuovo modello di Stato-Nazione, verrà perfezionato dal geografo del re di Francia Philippe Buache in contrapposizione al modello medievale svizzero ed austro-tedesco, la cui definizione scientifica verrà formulata, a fine Ottocento, dal geografo Karl Haushöfer con il nome di PassStaat (lo Stato di Passo a scavalco del confine naturale idrografico). Con l’affermarsi degli Stati nazionali, si va verso l’identificazione del confine naturale con il confine politico diventato, nel frattempo, una frontiera ermetica ed un terreno di guerre in montagna. Tale modello sarà ritenuto più funzionale nell’individuazione di confini certi sul piano amministrativo e più sicuri sul piano militare.

208 bFotografia Mariani, Emilio Rey con un cliente, 1890 ca. - Museo della Montagna Torino

Il nuovo orizzonte politico-culturale registra, intorno alla metà del secolo XIX°, l’affermarsi del sentimento di nazionalità su scala europea. Un sentimento rivolto all’identificazione fra l’idea di Nazione (unità di lingua e cultura) con l’idea di Stato (ordinamento giuridico e territorio). Le rivendicazioni delle cosiddette “nazioni senza stato”, fra cui l’Italia divisa in tanti Stati pre-unitari, alimenteranno sentimenti di questo tipo. La pagina storica del Risorgimento italiano vedrà quindi lo Stato sabaudo impegnato nell’intercettare tali nascenti sentimenti ed a fare del Piemonte la guida politica verso l’unità fra Stato e Nazione. Ma, come ho precedentemente segnalato, lo Stato sabaudo era, fino al 1860, uno “Stato di Passo” che teneva insieme territori transalpini (Savoia e Nizza) con territori cisalpini (Piemonte, Val d’Aosta e Liguria). Nel farsi paladino della nuova Italia, il Regno di Sardegna dovrà “sposare” le emergenti tesi geopolitiche di stampo idrografico e prevedere un piano di rinuncia ai territori transalpini da cui il casato traeva le proprie origini storiche e geografiche. In questo clima maturano le condizioni che porteranno ai negoziati di Cavour con Napoleone III, preparatori della seconda guerra di indipendenza (1859) attraverso una rappresentazione della catena alpina assolutamente rivoluzionaria. Illustri precedenti letterari, legati ad una visione delle Alpi come steccato che delimita la nazione italica, li troviamo già in Virgilio, Dante e Petrarca. In particolare, Virgilio descrive nell’Eneide la cuspide del Monviso (Vesulus pinifer) ritenuta, per forma e visibilità, la montagna più alta delle Alpi. Egli anticipa di molti secoli quell’icona simbolica delle Alpi Cozie che sarà decisiva nella percezione geopolitica ed associativa di Quintino Sella. Anche Francesco Petrarca, in un celebre sonetto, definiva l’Italia: «Il bel paese ch’Appennin parte, e ‘l mar circonda e l’Alpe». Nell’anno 1848, Annibale da Saluzzo dà alle stampe per lo Stato Maggiore Sabaudo una pubblicazione che istituzionalizza l’immagine delle Alpi come cintura delimitativa dell’Italia (5). Nell’anno 1860, annessa la Lombardia al Regno di Sardegna, le clausole stabilite a Plombières sanciranno in via definitiva il ruolo inedito delle Alpi in funzione di barriera geografica fra popoli, stati e nazioni. Il nuovo corso della storia veniva, pertanto, a modificare profondamente l’immagine della catena alpina. Oltre alla salita al Monviso da parte di Mathews (30 Agosto1861), l’anno successivo un altro inglese, Francis Fox Tuckett, portava a termine l’impresa di salita al “Re di pietra”. La voglia di trasformare il Monviso in una bandiera del neonato Stato italiano diventa la molla per organizzare nell’estate del 1863, la spedizione italiana riparatrice. Il significato del Monviso andava, quindi, ben oltre l’aspetto puramente alpinistico per assumere quello, ancor più rilevante, di “montagna degli Italiani”. Mentre, infatti, la cresta principale delle Alpi occidentali segnava, a partire dall’anno 1860, la linea di confine con la Francia, il Monviso veniva a trovarsi per poche centinaia di metri in territorio completamente italiano. Anche il Gran Paradiso si trovava nella stessa situazione (unico quattromila interamente in Italia), ma in una posizione più defilata e meno visibile. La montagna degli Italiani diventava così la metafora dell’orgoglio nazionale ed il luogo di concepimento del futuro Club alpino. Il 12 Agosto 1863 Quintino Sella, il conte Paolo di Saint Robert, suo fratello Giacinto ed il barone calabrese Giovanni Barracco, deputato del collegio di Crotone al parlamento subalpino, porranno le basi ideali per la nascita del Sodalizio. L’interesse nazionale e l’amor patrio sopravanzeranno, per molti aspetti, l’interesse alpinistico in senso stretto.  

Annibale Salsa
tratto dal libro "Le Alpi: dalla  riscoperta alla conquista",2014,  il Mulino

 

video conferenza di A.Salsa: Sella e le origini del CAI

   

 

NOTE

  • (1) Q. SELLA, Discorso d’inaugurazione al settimo congresso degli alpinisti italiani, Torino 1874, in: «Atti della R. Accademia dei Lincei», vol. II, 1884-1885, (1974).
  • (2 P. CRIVELLARO, (a cura di), Quintino Sella. Una salita al Monviso. Lettera a Bartolomeo Gastaldi (1863), Verbania, Tararà, 1998, pagg. 44-45.
  • (3) AA.VV., I cento anni del Club Alpino Italiano, Milano, CAI, 1964, pag. 11.
  • (4) M. MILA, Scritti di Montagna, Torino, Einaudi, 1992, pag. 85.
  • (5) A. DA SALUZZO, Le Alpi che cingono l’Italia considerate militarmente così nell’antica come nella presente loro condizione, Torino, Tipografia Enrico Mussano, 1845, vol. I, p. 784, in: P. CRIVELLARO (a cura di), p. 70.

 

 

 

☼☼☼☼☼

050000001592Ardito Desio - archivio Museo della Montagna TorinoOltre dieci anni fa Ardito Desio concludeva a 104 anni la sua lun­ghissima esistenza, ricca di esperienze e di successi, una vita straor­dinaria nella quale la ricerca scientifica e la didattica universitaria hanno occupato un posto sicuramente di primo piano. Friulano, classe 1897, naturalista, geologo, esploratore, scrittore, una figura non inca­sellabile in una definizione precostituita, Desio fece della montagna la sua palestra privilegiata; sviluppò infatti e portò ai massimi livelli quel connubio fra scienza e alpinismo che attraverso figure eminenti come De Saussure, Tyndall, Stoppani, Suess, Ampferer, Penck (solo per ricordarne alcuni), aveva gettato le basi delle moderne concezioni scientifiche nel campo delle scienze della Terra. È chiaro che in que­sto quadro anche il Club Alpino Italiano, che come ricordava il suo fondatore Quintino Sella aveva come obiettivo “la conoscenza e lo studio delle montagne”, doveva assumere un posto privilegiato nella vita di Ardito Desio. Del resto la passione per le cime lo contagia sin da giovanissimo, unita immediatamente all’interesse e alla curiosità di capire meglio i processi naturali che hanno generato quel paesaggio articolato che chiude l’orizzonte della pianura friulana.

050000011647Spedizione al Karakorum - Archivio Museo della Montagna Torino

Dopo la laurea in scienze naturali a Firenze nel 1920, iniziano le sue peregrinazioni scientifiche nelle isole greche, in Libia e soprat­tutto sulle montagne alpine, fino alla prima grande esperienza del Karakorum del 1929, dove avverrà il primo incontro con la gigantesca piramide di ghiaccio e roccia del K2. Dopo l’apprendistato presso la Società Alpina Friulana, sulla cui rivista In alto, pubblica articoli e ren­diconti delle sue iniziali attività, nel 1931 Desio fonda il Comitato Scientifico del Club Alpino Italiano di cui fu primo presidente fino al 1945. Il Comitato doveva rispondere alle finalità di divulgazione scien­tifica del Club Alpino Italiano, ma anche contribuire alla raccolta di dati sperimentali soprattutto nelle aree di alta montagna, dove solo l’alpinista può operare senza problemi, senza escludere la progetta­zione e realizzazione di ricerche scientifiche vere e proprie. Vengono fondati Comitati Scientifici Sezionali, come quelli di Varallo Sesia, Mondovì, Trieste, Firenze, vengono create Commissioni Centrali, dedicate a specifici settori (toponomastica, neve e valanghe, grotte, ghiacciai), che operano in stretta collaborazione con vari enti nazionali. La di­vulgazione trova sicuramente il suo momento più riuscito nel Manualetto di Istruzioni Scientifiche per Alpinisti, ideato da Desio e pubblicato nel 1934 a cura di Renato Toniolo (Desio era infatti impe­gnato nelle ricerche geologiche in Libia).

050000001590Spedizione K2 - Archivio Museo della Montagna Torino

È tuttavia la spedizione al K2 nel 1954 che oltre a dare a Desio fama e prestigio, gli arreca le gioie più grandi e probabilmente anche le più grandi amarezze e delusioni. Al di là delle polemiche e delle tensioni che si produssero anche nell’ambito del Club Alpino Italiano dopo la vittoriosa scalata della seconda cima della Terra (ma certa­mente la prima per fascino, eleganza e difficoltà), forse non a tutti è noto che Desio passò altri due mesi sui ghiacciai del Karakorum per compiere rilievi e osservazioni in campo geografico, geologico, geo­fisico, zoologico, botanico, etnografico. Altri decenni di ricerca e di montagna attendevano Desio, che novantenne si fa ancora coinvol­gere nelle missioni scientifiche sulle montagne più alte della Terra, fino alla realizzazione nel 1990 del Laboratorio Piramide ai piedi dell’Everest. Il suo messaggio per chi nell’ambito del Club Alpino Italiano si dedica alla divulgazione scientifica è sicuramente ancora valido ed attuale. Chi si sente attratto allo stesso modo dal fascino del paesag­gio delle montagne e dall’esplorazione infinita della natura e di se stessi, può comprendere a fondo le parole di Desio per la prima volta al cospetto del K2: “Quando risalii per la prima volta il ghiacciaio Baltoro e mi affacciai alla valle che scende dal K2, rimasi affasci­nato dallo splendore di quella montagna che si ergeva isolata sullo sfondo del cielo con le sue immani pareti incrostate di ghiacci...: non sentivo quasi più la fatica, affascinato com’ero dalla bellezza del pae­saggio e dall’interesse dell’esplorazione geologica...".

Claudio Smiraglia Dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio” Università degli Studi di Milano già Presidente del Comitato Scientifico Centrale del Club Alpino Italiano

Tratto da: 150 anni di cammino del Club Alpino Italiano a cura di Ugo Scortegagna.

 

 

 

Articolo di Claudio Smiraglia, past president del Comitato Scientifico Centrale

Il CSC-CAI fu presieduto per oltre un trentennio (1951-1985) da Giuseppe Nangeroni, naturalista, professore di geografia e fondatore della scuola di geografia dell’Università Cattolica di Milano, socio onorario del CAI nel 1983. Seguirono due presidenti provenienti dalla stessa matrice culturale. Bruno Parisi, anch’egli geografo e docente presso la Cattolica di Milano, resse il CSC dal 1985 al 1995 ed ebbe come vicepresidente Claudio Smiraglia. Quest’ultimo, socio onorario del CAI nel 2013 (esattamente trent’anni dopo Nangeroni!), formatosi alla scuola di Nangeroni e di Saibene (che fu presidente della Commissione Centrale per la Protezione della Natura Alpina), ma anche a quella di Desio (fondatore del CSC), resse il CSC dal 1994 al 2002. Durante questo periodo vennero ulteriormente chiariti finalità e scopi del CSC: 1) la formazione di figure all’interno del CAI (operatori naturalistici, poi rinominati operatori naturalistici e culturali) che fossero in grado di assumersi il compito, come bene scrive l’attuale presidente Giuliano Cervi, “di far lievitare il desiderio della conoscenza in un sempre maggiore numero di soci “; 2) l’informazione e la divulgazione, svolte attraverso una serie di iniziative (escursioni scientifiche, corsi, seminari) sia a livello centrale che soprattutto locale; 3) la ricerca, su tematiche naturalistiche e antropiche, realizzata, spesso con supporto economico del CSC, all’interno del CAI e delle sue strutture periferiche o anche in collaborazione con strutture di ricerca esterne (università, centri di ricerca, etc.). Tenendo conto di queste linee-guida, in quegli anni si ricominciò, in accordo con le strutture periferiche del CSC, sempre invitate alle riunioni in sede centrale, a ridiscutere figura, caratteristiche, compiti, modalità di formazione degli operatori naturalistici. Per gli operatori già esistenti vennero predisposti corsi di aggiornamento (1995, Courmayeur; 1996, Bossea; 1997, Colli Euganei; 1998, Chiavari; 2000, Bormio; 2001, L’Aquila), organizzati con le commissioni scientifiche interregionali e con le sezioni CAI locali. Per la formazione di nuovi operatori vennero organizzati corsi nazionali a Palermo (1999) e a Laggio di Cadore (2002). Quello di Palermo fu il primo corso nazionale organizzato dopo molti anni e fu caratterizzato, oltre che dall’elevatissimo numero di partecipanti (40 posti disponibili su oltre 100 richieste), dalla collaborazione entusiastica delle strutture locali del CAI (comprese le gestioni delle riserve naturalistiche) e delle università siciliane e dalla presenza del Presidente Generale Gabriele Bianchi e dell’allora Vicepresidente Annibale Salsa (chi ha partecipato ricorderà sicuramente l’affascinante lezione di vulcanologia sull’Etna in piena attività!). Il corso di Laggio vide 78 iscritti (su 120 domande pervenute); indimenticabile in questo caso l’escursione intorno alle Cime di Lavaredo. In quegli anni, grazie all’iniziativa di Guido Peano, si instaurarono i primi rapporti fra il CSC e la Stazione Scientifica di Bossea, formalizzati nel 2007 tramite una convenzione stipulata fra la Sede Centrale del CAI e la Sezione di Cuneo, in virtù della quale il CSC è divenuto contitolare della Stazione Scientifica, che ha così assunto la nuova denominazione di Laboratorio Carsologico Sotterraneo di Bossea. In un quadro di più ampia divulgazione e ricerca, furono poi numerosissimi i convegni nazionali e anche internazionali organizzati direttamente dal CSC o in collaborazione con altri enti, come il Consiglio Nazionale delle Ricerche, la Società Meteorologica Italiana, il Comitato Glaciologico Italiano, la Società Geografica Italiana, oltre a varie università, senza contare le numerose sezioni CAI. Non è possibile elencarli tutti, se ne ricordano solo due. Roma, 2000, dedicato a ”Uomo, Ambiente, Alta montagna”, che ha rappresentato la prima concretizzazione della convenzione fra Club Alpino Italiano e Società Geografica Italiana, con la presenza di entrambi i presidenti, Roberto De Martin e Gaetano Ferro. Bormio, 2002, dedicato all’Anno Internazionale della Montagna, in collaborazione con il Comitato Glaciologico Italiano, sul tema “I Ghiacciai, le Montagne, l’Uomo”; nell’occasione molti partecipanti raggiunsero la vetta del Monte Cristallo con la guida d’eccezione di Alessandro Gogna, Gianpietro Verza e Valerio Bertoglio. Tenendo conto della matrice culturale della maggior parte dei componenti del CSC fu inevitabile, anche se non voluto, dedicare forse più spazio a tematiche di tipo naturalistico e geologico (in particolare geomorfologico e glaciologico) rispetto a quelle più strettamente antropiche. La presenza del Gruppo Terre Alte, creato nel 1991 nell’ambito del CSC e coordinato da Giuliano Cervi, fu certamente utile a ridurre questo squilibrio e a favorire la diffusione di tematiche più strettamente etnoantropologiche, sottolineando l’importanza della presenza e dell’attività umana ultra millenaria nell’ambito del paesaggio montano. A Smiraglia nella presidenza del CSC seguirono geologi come Mattia Sella e Carlo Alberto Garzonio, ma anche Antonio Guerreschi, archeologo-preistorico e Giorgio Vassena, ingegnere e topografo, fino all’attuale presidenza di Giuliano Cervi. La consapevolezza, ormai acquisita dalla scienza, che la montagna debba essere considerata un sistema ambientale globale di cui l’uomo è parte integrante e interconnessa, ha favorito la creazione di gruppi di lavoro del CSC (oltre allo storico Terre Alte), come Grandi Carnivori, Rete Museale, Rifugi e Dintorni. Il Comitato Scientifico Centrale del CAI, insieme ai suoi organi periferici, si colloca così in primo piano nella divulgazione della conoscenza di un mondo alpino in rapidissima trasformazione, e nella consapevolezza delle sfide che ne conseguono.