Comitato Scientifico Centrale
del Club Alpino Italiano - dal 1931

Il comitato scientifico centrale è innanzi tutto un organo tecnico del Club Alpino Italiano e dunque per capirne la sua funzione è necessario sapere che cosa è il CAI attraverso questo articolo apparso su volume celebrativo dei 150 anni di cammino del sodalizio, scritto da uno dei più vecchi Operatori Naturalistici e Culturali della sezione di Mirano (VE), figura che nell' ambito del comitato scientifico ha il compito di promuovere la cultura e la conoscenza della montagna:

 

UNA PASSIONE che ha origini lontane

Il Club Alpino Italiano ha origini lontane. È stato fondato nel 1863 da Quintino Sella, uomo di scienza e profonda cultura. Lo scopo di al­lora era “di fare conoscere le montagne e di agevolarvi le escursioni, le salite e le esplorazioni scientifiche”. E l’obiettivo di ieri non è cambiato.

Chi oggi entra nel Club Alpino Italiano ha passione per la monta­gna, rispetto per l’ambiente, attenzione per la natura.

Chi entra nel Club Alpino Italiano trova un mondo ricco di storia, di cultura, di tradizioni. Soprattutto ricco di valori. La montagna è una meravigliosa palestra: allena il corpo ma anche l’anima. È lo scenario ideale dove l’uomo può meglio scoprire se stesso e la solidarietà degli altri uomini. È lo spazio immenso dove ognuno può percorrere un sentiero per ritrovare la propria dimensione.

UNA PASSIONE con ampi orizzonti

C’è chi cammina per comodi sentieri, chi arrampica su pareti verti­ginose, chi si muove con sci ai piedi. C’è chi scende nel buio delle grotte. C’è chi studia la natura, il territorio, l’ambiente e cerca soluzioni per una migliore protezione e tutela. Vivono nel Club Alpino Italiano infinite passioni, interessi diversi. L’obiettivo del Club Alpino Italiano è di of­frire a ogni passione una risposta, a ogni interesse un aiuto concreto.

Sono risposte concrete i tanti rifugi, il grande numero di istruttori e di guide, gli innumerevoli corsi, convegni, dibattiti. E soprattutto scuole, pensate come centri di formazione e testimonianza di valori. Un aiuto prezioso sono il Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico, il Servizio Valanghe, libri e pubblicazioni per una più approfondita co­noscenza, le tante Commissioni che si occupano di medicina di monta­gna e dello studio del territorio o della verifica dei materiali - come corde e moschettoni - impiegati nell’arrampicare. Il Club Alpino Italiano è una struttura aperta e mai rigida, attenta ad accogliere tutti coloro che hanno passione per la montagna, qualunque essa sia.

Iscrizioni al Club Alpino Italiano: molti motivi infiniti vantaggi

Il Club Alpino Italiano è un mondo aperto. Aperto a tutti coloro che sentono la passione per la natura, che provano meraviglia per la montagna, che condividono valori, rispetto dell’ambiente e solidarietà tra gli uomini. Iscriversi al Club Alpino Italiano è semplicissimo, basta prendere contatto con la sezione più vicina. E il Club Alpino Italiano offre ai propri soci grandi vantaggi:

  • alloggiare nei rifugi CAI a condizioni particolari rispetto ai non Soci, anche all’estero;
  • frequentare i corsi sulle varie discipline montane organizzati dalle Scuole e alle Sezioni;
  • essere coperti da una assicurazione e ottenere il rimborso delle spese di soccorso, anche all’estero, secondo i massimali in vigore;
  • ricevere gratuitamente la “Rivista del Club” ora “Montagne360”;
  • avere a disposizione la massima documentazione (libri, filmati, carte geografiche) dalle Sezioni sia che dagli Organi Centrali;
  • ottenere forti sconti sulle pubblicazioni CAI.

Cultura per allenare la mente

In montagna si va anche con la mente. Filmati, concerti, incontri con personaggi significativi dell’alpinismo e altre manifestazioni cul­turali sono organizzati in tutta Italia dalle Sezioni del Club Alpino Ita­liano. Un’occasione importante di scambio e incontro per tutti gli appassionati di montagna. Un organo specifico, la Commissione Ci­nematografica, realizza ogni anno numerosi filmati per le Sezioni e per le reti televisive nazionali, collabora a programmi sulla montagna anche con preziose immagini tratte dall’archivio storico. Il Film Festi­val di Trento, importante appuntamento per la filmografia mondiale sulla montagna, trova il Club Alpino Italiano in prima fila: è infatti tra i fondatori. I libri, le riviste e il sito internet (www.cai.it) sono una vera miniera di informazioni per chi è alla ricerca di nuovi itinerari e angoli di natura ancora sconosciuti. La “Guida dei Monti d’Italia”, in coedi­zione con il Touring Club Italiano, una collana unica in Italia, illustra le zone montuose delle Alpi e degli Appennini sia dal punto di vista storico, che naturalistico, con informazioni sulle ascensioni e gli iti­nerari. Oltre alle collane di libri e guide, è d’obbligo citare “La Rivista del Club Alpino Italiano”, che da oltre un secolo informa sulla mon­tagna, e “Lo Scarpone”, mensile di servizio sulla vita del Club, entrambi spediti gratuitamente a tutti i Soci.

Le Vette del Sapere

Con il trasferimento della Biblioteca Nazionale, avvenuto il 23 otto­bre 2003 -140 anni esatti dalla fondazione del CAI - presso lo storico Monte dei Cappuccini a Torino viene riunito in un’unica struttura il patrimonio di cultura espresso dal Sodalizio attraverso monografie, periodici, archivi, materiale fotografico, film, video e iconografie.

Il Monte dei Cappuccini di Torino rappresenta un luogo d’eccellenza per conoscere ed apprezzare la montagna in tutte le sue sfaccettature. Qui oltre alla Biblioteca Nazionale con i suoi nuovi arredi e un nuovo catalogo on-line del proprio patrimonio troviamo il Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi”, aperto e visitabile tutti i giorni. Si compone di 35 sale dove sono esposti importanti documenti, og­getti, manoscritti, manifesti, testimonianze dell’immenso mondo della montagna. Ospita e organizza anche mostre, sempre sul tema della montagna. Per chi desidera uscire dai confini nazionali verso vette di altri mondi il Centro Italiano Studio Documentazione Alpinismo Ex­traeuropeo (CISDAE) offre un’ampia letteratura.

ALPINISMO E SCIALPINISMO, alla ricerca dell’immenso

Nell’alpinismo la montagna prende un’altra dimensione, acquista altri valori. Entrano in scena la verticalità, il vuoto, l’altezza. Non più paesaggi dolci e lineari. Non più boschi e pascoli. Al loro posto cime e cenge, ghiacciai e creste, pareti di rocce dove lo sguardo si perde nel cielo. È rincontro dell’uomo con qualcosa di più grande, il confronto dell’uomo con l’immenso. A coloro che desiderano provare questa emozione il Club Alpino Italiano offre tutta la sua esperienza. Nei corsi di alpinismo si possono apprendere tutte le nozioni teoriche e prati­che. È compito degli istruttori non solo fornire un corredo tecnico ma anche valutare le possibilità e le capacità dell’allievo.

Arrampicare è un’attività impegnativa che richiede una attenta for­mazione. E l’emozione continua anche d’inverno con lo scialpinismo. Una disciplina che richiede non solo abilità e preparazione fisica ma anche una precisa conoscenza dell’ambiente montano, del clima, del manto nevoso. Anche per questa attività il Club Alpino Italiano pro­gramma corsi in molte sue scuole e sedi.

SCUOLE E CORSI, l’esperienza insegna

La montagna non è un privilegio per pochi eletti. Il Club Alpino Italiano mette a disposizione di tutti il suo patrimonio di conoscenze, attraverso le scuole e i corsi organizzati dalle sezioni di tutta Italia. Ce n’è veramente per tutti i gusti: dall’escursionismo alle discipline più im­pegnative, come la speleologia o l’arrampicata su ghiaccio. In ogni caso non occorre essere superdotati per partecipare ai corsi, basta l’en­tusiasmo e il rispetto per l’ambiente naturale: gli istruttori insegnano le tecniche di base delle varie discipline, e chi ha “stoffa” potrà di­
ventare un vero esperto e anche a sua volta un istruttore. È impor­tante infatti accostarsi alla montagna con un essenziale bagaglio di co­noscenze.

Sapere quale abbigliamento usare, quale attrezzatura impiegare (scarponi, piccozza, corde...), come leggere una carta topografica, co­me muoversi sulla neve o su di un ghiaione... sono nozioni che è me­glio apprendere dall’esperienza di un istruttore.

UIAA e CAA, benvenuti in Europa e nel mondo

Il Club Alpino Italiano è in stretto contatto con associazioni che operano in altri paesi, in Europa e nel mondo. È infatti tra i soci fon­datori dell’Unione Internazionale delle Associazioni di Alpinismo (UIAA) e tra i membri del Club Arc Alpin (CAA). L’obiettivo comune è la protezione della montagna e la sua valorizzazione. Il valore di fondo è la convinzione che la montagna non appartenga ad un solo paese o ad una sola nazione ma è un “bene” aperto a tutti, fruibile da tutti. Sempre nel più grande rispetto.

SOCCORSO ALPINO E SPELEOLOGICO, sicurezza sempre

Molti non conoscono il Club Alpino Italiano, quasi tutti invece co­noscono gli uomini di una particolare sezione: il Soccorso Alpino e Speleologico. Stampa e televisione mostrano spesso i loro interventi in condizioni estreme. Salvataggi di alpinisti appesi in parete o di scia­tori sommersi da una valanga o di speleologi intrappolati in una grotta.

Del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) fanno parte uomini scelti, il loro lavoro è duro e impegnativo, la loro formazione costante. Di media le persone soccorse sono intorno ai 5000, nel 92% dei casi entro quattro ore dall’incidente. Non è certo una eventualità che, di tutti gli interventi, solo 375 (2011) sono stati in aiuto di soci del Club Alpino Italiano: perché in questo club la sicu­rezza vuol dire soprattutto prevenire gli incidenti, imparando a cono­scere le proprie capacità e le insidie della montagna.

CLUB ALPINO ACCADEMICO, alpinismo senza guide

Il Club Alpino Accademico Italiano - C.A.A.I. - fin dal 1904 pro­muove l’alpinismo di elevato livello di difficoltà favorendone la pra­tica su tutte le montagne del mondo e valorizzandone gli aspetti culturali.

LA GUIDA ALPINA, un compagno fidato

Fare la guida alpina è molto più di un lavoro. Scegliere di andare in montagna con una guida significa avere accanto un esperto che co­nosce come affrontare una parete, raggiungere una cima, superare ogni difficoltà in tutta sicurezza. Significa soprattutto avere accanto una persona e non semplicemente un “tecnico”.

Una persona che conosce l’arte dell’arrampicata, è capace anche di comunicare e trasmettere valori: di solidarietà e di amicizia, perché si arrampica legati ad una sola corda; ma anche l’amore per la mon­tagna, perché una guida può aiutare a scoprire i mille segreti e le mille leggende che la montagna nasconde.

Ugo Scortegagna

(CSC-CAI Mirano)

 

Come siamo nati

050000001764Angelo Manaresi, presidente del Club Alpino Italiano negli anni 1929-1943

Il Comitato scientifico centrale è il primo organo tecnico operativo del CAI; esso si accinge ormai a varcare la soglia dei 90 anni, essendo stato istituito nel 1931 per iniziativa dell’allora presidente Angelo Manaresi, che in tal modo intendeva riconoscere ufficialmente lo stretto rapporto da sempre esistente tra alpinismo e ricerca scientifica. Nel suo editoriale dal titolo Alpinismo e scienza che in quell’anno fu pubblicato sulla “Rivista”, Manaresi ricordava “che gli scienziati erano stati i fondatori del Sodalizio”, ribadendo l’importanza fondamentale del “conoscere” nei confronti di tutti coloro che frequentano l’ambiente montano.

A presiedere il Comitato Scientifico Centrale fu chiamato per primo il geologo Ardito Desio, che si impegnò in una intensa attività di studio e ricerca, promuovendo importanti spedizioni scientifiche nel Sahara (1934), in Himalaya (1937) ed in Africa Orientale (1938). Risale a quegli anni anche la prima edizione del “Manualetto di istruzioni scientifiche per alpinisti”, edito nel 1934. All’interno del Comitato Scientifico vennero inoltre istituite 5 sottocommissioni (biogeografica, speleologica, toponomastica, medico-fisiologica e glaciologica) che nel corso degli anni assunsero un ruolo sempre più autonomo. Con questa iniziativa, il Manaresi istituzionalizzava uno dei principali aspetti che sin dalle sue origini caratterizzò il Club Alpino, ovvero lo strettissimo connubio che legava il CAI al mondo della ricerca scientifica; per comprendere la profondità di questo rapporto è sufficiente leggere le pagine del “Bel Paese” di Antonio Stoppani (1876), nelle quali si parla diffusamente dell’origine e delle finalità scientifiche del Club Alpino.

 

PriamarAgelo Mosso e Antonio Stoppani pubblicazioni di divulgazione scientifica di fine ottocento - foto Walter Nesti

Ma all’abate Stoppani (uno dei padri delle moderne scienze geologiche italiane) si accompagnarono Gaetano Chierici (padre delle scienze archeologiche italiane), Luigi Pigorini, Pellegrino Strobel, Federico Sacco, Torquato Taramelli, Luigi Bombicci, Guglielmo Guiscardi, Ardito Desio, Giuseppe Nangeroni  e tante altre eminenti figure di scienziati che costituirono nel loro campo l’anima vitale del sodalizio. Viene spontaneo chiedersi il perché di questo singolare e profondo abbinamento tra CAI e scienza; la risposta si trova nell’epica scalata del Monte Bianco avvenuta l'8 agosto del 1786, che oltre a sancire la nascita dell’alpinismo, fu promossa da uno scienziato: il naturalista ginevrino Horace-Bénédict de Saussure. Per rimanere invece all’interno del CAI è sufficiente ricordare la figura stessa del suo fondatore, Quintino Sella, scienziato e statista che nel 1874 promosse la rifondazione dell’Accademia dei Lincei e che diede un fondamentale apporto alla nascita della Società Geologica Italiana (1881) , o quella del Fisiologo Angelo Mosso ,che nel 1902 promosse l’istituzione  di un laboratorio  ai 4554 metri della Capanna  Margherita , e che nel  1910  costrui’ un istituto di ricerca  presso il Col d’Olen , a quota 2900 metri , sempre nel gruppo del Monte Rosa.

Gli Operatori Naturalistici e Culturali 

In anni più recenti l’impegno scientifico del CAI si è ulteriormente allargato alla sua stessa base sociale, con la istituzione nel 1999 degli Operatori Naturalistici e culturali, impegnati a livello locale e nazionale a promuovere e diffondere all’interno del Sodalizio le conoscenze naturalistiche ed antropiche, organizzando escursioni scientifiche, corsi, seminari e svolgendo attività di ricerca e partecipando attivamente ai gruppi di lavoro del Comitato Scientifico Centrale, come Terre Alte, Grandi Carnivori, Rete Museale, Rifugi e Dintorni ed altro ancora. Essere Operatori Naturalistico Culturali e partecipare all’attività del Comitato Scientifico significa quindi operare all’interno del grande solco che, conformemente all’art 1 dello statuto, lega sin dalle sue origini il CAI alla “conoscenza e lo studio delle montagne”.

Il nostro compito

Nostro compito è quello di condurre attività di ricerca in ambiente montano – e ipogeo, per quanto attiene la disciplina della speleologia - concorrendo anche alla sua divulgazione all’interno della compagine associativa del CAI. Due sono le componenti che ci contraddistinguono: il desiderio di conoscere la grande complessità dell’ambiente naturale ed umano delle nostre montagne, e la volontà di divulgarne i caratteri salienti. La nostra grande famiglia accoglie lo “scienziato” puro e il divulgatore, il ricercatore silenzioso ed il conferenziere scientifico, l’accademico e l’autodidatta: tutti accomunati dal desiderio di conoscere, di studiare, di capire e di far conoscere . A distanza di quasi 90 anni dalla sua fondazione, il ruolo del Comitato Scientifico Centrale è quanto mai attuale. Oggi siamo infatti chiamati a confrontarci con nuove sfide epocali, impensabili solo pochi anni fa: le mutate condizioni  ecologiche ed il cambiamento dello storico rapporto tra uomo e montagna, con l’abbandono di gran parte delle “Terre Alte”, ci impegnano a documentare aspetti che nel volgere di poco tempo andranno inesorabilmente perduti. In questo contesto dobbiamo cercare di far lievitare il desiderio della conoscenza in un sempre maggiore numero di soci, creando anche le condizioni per costituire all’interno delle nostre sezioni e dei gruppi regionali del CAI nuovi comitati scientifici, che sono essenziali per rafforzare la nostra missione associativa.

Giuliano Cervi

 

 

Elenco componenti CSC mandato 2017-2019

CERVI Giuliano
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Presidente

PELLICIOLI Luca
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Vicepresidente

CARLESI Piero

Segreteria

DE PASQUALE Mario
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Componente

FRIGO Gianni
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Componente

GIANNI Mauro
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Componente

LIBERATI Alberto
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Componente

PREGLIASCO Michele
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Componente

Consigliere centrale incaricato dei collegamenti con l’OTCO
GHEDINA Alberto
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Incaricato del CDC per i collegamenti con l'OTCO
QUARTIANI Erminio
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Referenti CS regionali e ONC

Friuli, Veneto, Trentino Alto Adige, Lombardia: Gianni Frigo

Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Toscana, Emilia-Romagna: Michele Pregliasco

Centro, meridione e isole: Alberto Liberati 

Incarichi di lavoro

Referente CCS: Alberto Liberati

Referente CCE: Gianni Frigo

Referente Miur e CCTAM: Mauro Gianni 

Gruppo di lavoro Terra Alte: Sara Lucchetta, Mauro Varotto

Gruppo di lavoro laboratorio di Bossea: Guido Peano, Michele Pregliasco

Referente "Sviluppo di scambi culturali transnazionali" e CCAG: Mario De Pasquale

Rifugi e dintorni: Mauro Gianni

Sito WEB: Claudia Palandri, Michele Pregliasco

Segreteria: Piero Carlesi Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Chi sono i Comitati Scientifici Regionali

I Comitati Scientifici Regionali  (a volte chiamati periferici per distinguerli dal centrale) sono un organi tecnici territoriali (OTTO) che operano nell’ambito della regione e o delle regioni di appartenenza e dipendono dal Comitato Scientifico Centrale di cui attuano le direttive e gli orientamenti tecnici e dai quali ricevono i fondi necessari per la loro attività. Ne fanno parte le persone scelte per competenze specifiche, disponibilità e capacità elette dalle assemblee dei delegati del Club Alpino Italiano.

I Comitati Scientifici Regionali hanno compiti e finalità analoghe a quelli centrali, ma mentre quest'ultimi svolgono un'attività di formazione, ricerca e informazione a livello nazionale ed extranazionale, nei regionali queste mansioni  hanno una dimensione locale che privilegia il dialogo e la collaborazione con strutture regionali nonchè una conoscenza approfondita del territorio.

Ecco perche i CS regionali sono molto attivi con i parchi regionali,orti botanici, laboratori,musei, osservatori e altre realtà scientifiche e culturali sparse sul loro territorio che conoscono molto bene con le quali sviluppano attività di studio e divulgazione. Non va dimenticato poi che i CS regionali sono a stretto contatto con le sezioni locali del Club Alpino Italiano, ed è questa, assieme alla profonda conoscenza degli aspetti naturalistici e culturali del paesaggio, il motivi per il quale è demandato a loro il compito di formare e organizzare l'attività degli Operatori Naturalistici e Culturali Regioali.

La sinergia tra Comitato Scientifico Centrale e Comitati Scientifici Regionali si attua attravero un dialogo continuo tra i presidenti dei rispettivi organi tecnici nonchè i referenti del CSC. Al CSC è demandata la responsabilità di promulgare le linee guida e i regolamenti che i armonizzano e guidano sia i Comitati Scientifici Regionali che gli ONC.

Elenco dei Comitati Scientifici Regionali

Vengono qui elencati i CS regionali e i riferimenti per contattarli, per ulteriori informazioni si consiglia di andare sui rispettivi siti riportati nell'elenco.

CSLPV - Liguria, Piemonte, Valle d'Aosta

Sito WEB: cslpv.digilands.it www.digilands.it Facebook 

Presidente:
Dino Genovese - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Componenti
Ivan Borroni Vicepresidente, Maria Vittoria Poggi Segretaria, Mauro Oria Tesoriere, Giuseppe Ben, Piermauro Reboulaz, Marzia Serralutzu

CSL - Lombardia

Sito WEB: www.cs.cailombardia.it

Presidente:
Marco Torretta - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

CSVFG - Veneto, Friuli Venezia Giulia

Sito WEB: www.caicsvfg.it

Presidente:
Chiara Siffi - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

CSER - Emilia-Romagna

Sito WEB: www.caiemiliaromagna.org

Presidente:
Milena Merlo Pich - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

CST- Toscana

Presidente:
Francesco Mantelli - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Componenti:
Pierluigi Ferracuti, Pietro Paolo Pierantoni, Romagnoli Angelo

CSMAR - Marche

Presidente
Franco Laganà - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Componenti
Pierluigi Ferracuti, Pietro Paolo Pierantoni, Romagnoli Angelo

CSABR - Abruzzo

Sito WEB: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Presidente
Salvatore Perinettì

Componenti:
Daniele Berardi, Paolo Cucculelli, Gianfranco Cavasinni, Stefano Pallotta, Giuseppe Ulacco segretario

CSCAM - Campania

Sito WEB: www.caicampania.it   www.appenninocampano.or

Presdiente:
Vilma Tarantino - tvilma@libero.

 

In questo articolo Roberto Mantovani, giornalista e storico, ci da una immagina del brodo primordiale in cui nel ‘700 l’alpinismo nacque come stampella della sete di conoscenza in alta quota. E’ attraverso questo ragionamento storico che si può capire l’intima unione tra il Club Alpino Italiano e lo studio  delle montagne, come sarà messo in luce negli articoli degli autori che seguiranno.

 

Convenzionalmente, gli storici hanno stabilito che la nascita ufficiale dell’alpinismo coincide con la prima ascensione del Monte Bianco, conclusasi – il dato è ricavato dalla testimonianza di chi seguiva l’ascensione da Chamonix, con il telescopio – alle ore 18.23 dell’8 agosto 1786.

Ovviamente, l’ascensione di quel giorno non costituì, in termini assoluti, la prima salita di una montagna. Fu però una scalata particolare perché, dal punto di vista epistemologico, rappresentò un cambiamento netto rispetto al passato.

Quell’avvenimento mandò infatti deliberatamente in frantumi, e in modo definitivo, il tabù delle altezze. Varcò i confini di un mondo proibito – quello dell’alta montagna, appunto – da cui, secondo le credenze dell’epoca, bisognava assolutamente tenersi lontani. In altre parole, sfidò apertamente l’anatema delle autorità religiose e politiche.

Uno dei suoi autori, il medico condotto di Chamonix, Michel Gabriel Paccard, 29 anni – come peraltro la sua guida, Jacques Balmat, più giovane di lui di cinque anni – era un suddito di Vittorio Amedeo III re di Sardegna. Non solo: Paccard era anche seguace della cultura dei lumi; esattamente come il mandante dell’ascensione, il geologo ginevrino Horace Bénédicte de Saussure. Ed entrambi, Paccard e Saussure, erano portatori di uno sguardo laico nei confronti della montagna.

300px Chamonix Michel PaccardStatua di Michel Paccard di fronte al Monte Bianco - Chamonix, Francia (credit wikipedia)

È anche per questo che la prima ascensione del Monte Bianco, la vetta più alta dell’intero arco alpino, è stata scelta come atto di nascita dell’alpinismo: nella vicenda dell’agosto 1786 affiorano evidenti i pilastri fondativi del pensiero occidentale moderno.

La novità e la forza del nuovo, in quella salita, erano costituite da un evidente atteggiamento di disincanto rispetto alle antiche leggende, e in una consapevolezza scientifica in grado di stracciare superstizioni e cancellare dalla scena demoni, draghi e streghe che, da secoli, la mentalità diffusa aveva insediato in pianta stabile sulle montagne.

Tutte le ascensioni precedenti, anche le più famose, come ad esempio quella del Rocciamelone, nel 1358, da parte di Rotario d’Asti (per inciso, il Rocciamelone fu anche l’unico 3000 delle Alpi salito prima del 1600), o come quella del Monte Aiguille, nel 1492, che va attribuita ad Antoine de Ville, ciambellano di re Carlo VIII di Francia, erano legate ad altre motivazioni.

L’“invenzione della montagna”

Bisognava che succedesse qualcosa di importante per far nascere l’alpinismo. Per prima cosa doveva ancora manifestarsi quell’“invenzione della montagna” che, nella seconda metà del ’700, grazie al fondamentale contributo di letteratura, poesia e arte, avrebbe portato in primo piano, nei salotti della cultura europea, le altissime terre del continente. Ma soprattutto, occorreva il fondamentale apporto della scienza, in particolare dei primi studi geologici, per liberare con un atto di forza l’arco alpino dalla gabbia delle sacre scritture, cioè da quelle credenze che oggi etichetteremmo come “creazionismo”. (Bisogna tenere conto, al proposito, che nel ’700 le teorie del sollevamento delle montagne e della successiva erosione dei rilievi da parte degli eventi atmosferici erano ancora ampiamente in discussione).

Descent from Mont Blanc in 1787Descent from Mont Blanc in 1787

Le montagne, secondo il racconto biblico, sarebbero apparse il terzo giorno della Creazione, e il loro aspetto non sarebbe mai mutato: non sarebbe riuscito a modificarlo nemmeno il diluvio.

Fergus Fleming, nel suo libro Killing Dragons. The cònquest of the Alps, uscito nel 2000 e comparso in edizione italiana nel 2012, con il titolo A caccia di draghi. La conquista delle Alpi, sostiene che: «La camicia di forza della Bibbia (e si riferisce alla spiegazione della nascita del globo terracqueo e alla formazione dei rilievi, n.d.a.) era a quel tempo talmente stretta che perfino scienziati economicamente indipendenti come Saussure si rifiutavano di approvare una teoria che escludesse il Diluvio». Scontrarsi con l’autorità religiosa, dunque, era come cozzare a grande velocità contro un muro di pietra.

Prendiamo ad esempio le morene glaciali, rese visibili dalla fusione dei ghiacciai. Fleming asserisce che Saussure si rifiutava di collegarle alla loro vera causa. Le interpretava invece, secondo l’ortodossia del tempo, come macerie lasciate dal Diluvio, e quindi le inquadrava nella sua concezione biblica del mondo. Sfidare l’interpretazione corrente delle Scritture poteva infatti causare seri guai.

Siamo dunque ai primordi dello sguardo scientifico rivolto alla natura. Le scienze della Terra sono ai primi vagiti, e devono farsi strada dimostrando persino cose che oggi sembrano postulati.

Basti pensare che il giovane Saussure, per smettere lui stesso di credere alla presenza delle streghe e dei draghi sulle montagne – e per garantire a tutti che quegli esseri non esistono – solo duecentocinquant’anni fa era ancora costretto a collezionare le prove del fatto che quegli esseri che noi oggi definiamo fantastici erano stati creati dall’immaginazione collettiva.

Stampella della scienza

È dalla scienza che partirà l’impulso che darà vita all’alpinismo, e solo più tardi quella spinta verrà appoggiata dai poeti, dagli scrittori, dai pittori e dai musicisti, che avranno senz’altro un ruolo importante nel richiamare l’attenzione dell’intellighenzia europea sulla montagna.

L’alpinismo nascerà dunque come stampella della scienza. La capacità e la tecnica necessarie per salire alle alte quote, a fine ’700, costituiranno uno strumento per soddisfare la curiosità scientifica. Uno strumento indispensabile per osservare il mondo dell’alto, per le osservazioni geologiche e per gli esperimenti ad alta quota.

La scalata dell’8 agosto 1786 divide la conoscenza delle montagne in un prima e in un dopo. Separa ciò che avvenuto prima della nascita dell’alpinismo da quello che è capitato dopo quella data, cioè il fluire degli eventi alpinistici.

E se il dopo, a parte qualche caso, è documentabile senza eccessive difficoltà, gli anni del prealpinismo non lo sono affatto. Si perdono nelle nebbie delle prime ricerche in montagna, delle esplorazioni pionieristiche e dei racconti mitologici. Anche perché, per la cultura del mondo urbano, ancora in età moderna (parliamo di modernità storica) le Alpi erano tanto distanti dal mondo civile quanto poteva esserlo la luna.

Lasciamo da parte le considerazioni che l’antichità classica e il medioevo nutrivano nei confronti delle montagne, totalmente improntate all’orofobia. Ma va ricordato che, ancora in pieno Rinascimento, per il mondo urbano le Alpi erano una regione pressoché sconosciuta; rappresentavano il regno dell’ignoto. E l’ignoto, per il mondo delle città e delle contrade d’Europa, era una specie di tela bianca su cui proiettare fantasie, incubi e sogni.

Lo storico francese Philippe Joutard, nel suo L’invention du Mont Blanc, uscito nel 1986 per le edizioni Gallimard, scrive che in realtà: «La montagna non è mai stata assente dall’orizzonte mentale europeo ma, come nella maggior parte delle culture, essa era uno spazio sacro, interdetto all’uomo comune, residenza della divinità buona o cattiva. La montagna compariva nell’iconografia, ma in secondo piano, in maniera stilizzata e come simbolo di una presenza sovrannaturale».

Attenzione, però: stiamo parlando della cultura egemone di quei tempi. Una cultura che non era evidente assimilabile, per lo meno sul tema montagna, a quella delle enclaves che avevano scelto di vivere sulle Alpi e che non erano mai riuscite a raccontarsi. Piccoli mondi che molto probabilmente manifestavano un atteggiamento diverso nei confronti della montagna. Un atteggiamento che oggi non siamo in grado di documentare, ma possiamo immaginare o ipotizzare.

Se i popoli alpini avessero nutrito un sentimento di avversione per gli ambienti d’alta quota, come sarebbero riusciti a sopportare un quotidiano osteggiato dalla presenza costante di demoni, draghi e streghe stanziati a breve distanza dagli insediamenti rurali o nascosti tra le cime che incombevano sui pendii delle valli?

Al contrario, viene naturale pensare che l’abitare la montagna implicasse un certo tasso di confidenza con l’ambiente e, contemporaneamente, l’acquisizione di un sapere specifico che permetteva di fronteggiare il gelo dell’inverno, le grandi nevicate, le valanghe, l’instabilità dei pendii, le alluvioni e i venti che si infilano con prepotenza nei solchi vallivi.

Per completare il ragionamento, può essere utile ricordare che spesso i manuali storici citano le leggende che, prima della nascita dell’alpinismo, circolavano nella Valle di Chamonix, come pure le ricorrenti benedizioni ai ghiacciai e le processioni religiose indette dai parroci per fermare l’avanzata delle «glacières», causate dalle oscure forze del male.

Si tratta di eventi citati spesso nei documenti delle parrocchie locali, e in effetti, nel Seicento e per buona parte del Settecento, l’immane colata della Mer de glace fu considerata una presenza ingombrante punitiva in cui si concentravano energie sovrannaturali terrificanti. Non solo: il mondo valligiano locale era anche incline a pensare che nella catena montuosa che s’innalza sopra le comunità disseminate lungo il corso dell’Arve si nascondessero delle cime maledette.

Forse però è il caso di interrogare sulla genesi di quelle credenze. Viene infatti da chiedersi se tali convinzioni non riflettessero l’atteggiamento della cultura urbana nei confronti delle montagne.

Ed è importante riflettere sulla questione perché, negli ultimi secoli del Medioevo, alcune regioni d’alta quota delle Alpi occidentali avevano invece conosciuto un esperimento straordinario, di cui spesso ci si dimentica.

La civilizzazione delle alte quote

I manuali di storia sono prodighi di capitoli sulle vicende dell’Europa mediterranea o sulle su quelle dell’Europa continentale, ma raramente raccontano che, nel periodo appena citato, nelle Alpi occidentali la civiltà fu portata a quote altitudinali incredibili.

Il riferimento riguarda le migrazioni dei coloni Walser che, spinti da contratti ereditari decisamente all’avanguardia, concessi loro da feudatari e monasteri che possedevano vastissimi fondi montani, avevano letteralmente dissodato l’alta montagna e avevano fatto casa ad altitudini a quel tempo impensabili. Saltando le quote intermedie e costruendo villaggi stabili, talvolta addirittura oltre i 2000 metri, tutto intorno al Monte Rosa.

Qualcuno dice che quello fu il periodo dell’optimum climatico medievale, e tende a ridimensionare l’eccezionalità di quelle migrazioni epocali. Si tratta di una convinzione abbastanza diffusa. Oggi tuttavia i climatologi sostengono che, con grande probabilità, sulle Alpi a quei tempi non faceva affatto più caldo di oggi, e che i ghiacciai non presentavano dimensioni più ridotte delle attuali. La comunità scientifica è infatti propensa a ritenere che, negli ultimi 5000 anni, il clima non sia mai stato caldo come oggi.

Mummia uomo del Similaun sulle Alpi italiane 1991Mummia uomo del Similaun sulle Alpi italiane 1991 - Di Vienna Report Agency/Sygma/Corbis - http://ilfattostorico.com/2011/06/26/lultima-cena-di-oetzi/, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4017159

Una delle prove più evidenti sarebbe costituita dal ritrovamento di Oetzi. Se la mummia del Similaun, rinvenuta sulle Alpi Venoste nel 1991 a quota 3200, fu ritrovata in perfetto stato di conservazione, è perché in passato – sostengono gli studiosi – la fusione glaciale non era mai stata tanto consistente come oggi. In altre parole: se le Alpi si fossero spogliate dei ghiacciai, il venir meno della coltre gelata che per alcuni millenni ha ricoperto Oetzi avrebbe impedito la conservazione del reperto.

(Sull’argomento può essere utile consultare il numero speciale di “Nimbus”, la rivista della Società meteorologica italiana, pubblicato nel dicembre 2012 e interamente dedicato al progetto Archlim, cioè alla ricostruzione del clima medievale da fonti documentarie in area alpino-padana. Il lavoro riguarda il versante meridionale delle Alpi e raccoglie i risultati di una ricerca interdisciplinare che ha impegnato a lungo storici e scienziati: climatologi, paleografi, archivisti, storici e ingegneri ambientali, sotto la supervisione scientifica di studiosi di fama).

La storia dei Walser, a cui si è appena fatto cenno, è stata un’esperienza che si è consumata nel silenzio dell’alta montagna. Per secoli l’Europa ha continuato a non sapere, a ignorare quella vicenda. A guardare le Alpi come se l’immane sequenza di colli e di cime rappresentasse il nulla, come se racchiudesse uno spazio vuoto (anche se popoli di ogni sorta in passato l’aveva attraversata o vi si erano insediati).

Per i cartografi del tempo, addirittura, le cime alpine non avevano nome. La prima carta d’Italia a stampa, che risale al 1482 e che uscì con l’atlante Berlingheri, oggi conservato alla Biblioteca nazionale di Torino, riporta un solo toponimo, all’estremità occidentale dell’arco alpino: «Mote Vesulo». Sotto è disegnato un lago: l’origine del Po. Qua e là si legge poi il nome di alcune valli, ma non le cime delle montagne. E dire che mancavano solo dieci anni alla cosiddetta “scoperta” dell’America. Per vedere comparire il toponimo Monte Rosa su una carta occorrerà attendere il 1620.

Eppure, nel Rinascimento, anche nei confronti di quel mondo alpino che le comunità urbane percepivano come un ambiente lontano se non del tutto irraggiungibile, accadde qualcosa di assai interessante.

I primi studiosi delle Alpi

Nella prima metà del Cinquecento, ad esempio, l’umanista Conrad Gesner, medico, naturalista e filosofo di Zurigo (tra i suoi sostenitore va annoverato il riformatore svizzero Uldrich Zwingli), cominciò a esplorare le Alpi, che considerava parte costitutiva del Teatro del mondo, e si ripromise di scalare ogni anno almeno una cima. Il suo approccio alla ricerca seguiva quattro capisaldi: l'osservazione, la dissezione, i viaggi e una descrizione accurata. Ma soprattutto denotava un atteggiamento nuovo rispetto agli studiosi del Rinascimento, che tendevano a utilizzare come fonti del sapere gli scrittori dell’antichità classica.

Gesner scoprì cose interessanti, ma fuori dalla Svizzera fu ampiamente ignorato (occorre tenere presente che era un seguace della Riforma).

Contemporaneo di Gesner, lo svizzero Josias Simler (anche questo un uomo della Riforma) licenziò nel 1574 il suo famoso De Alpibus commentarius, il primo trattato moderno sulla catena alpina. Simler non conosceva di persona le Alpi e costruì il libro sulla base di notizie di seconda mano; tuttavia ebbe il merito di raccogliere tutte le possibili conoscenze sulle montagne che separano l’Italia dai paesi del Nord Europa. In una sorta di “enciclopedia alpina” che, più di tre secoli dopo, dopo che verrà ripresa nella monumentale opera di William Augustus Brevoort Coolodge (Joasias Simler et les origines de l’alpinisme jus’quen 1600), apparsa a Grenoble nell’ottobre del 1904.

Centocinquantotto anni dopo l’apparizione del De Alpibus, un corregionale di Gesner, Joachim Scheuchzer, professore di fisica all’Università di Zurigo, effettuò nove viaggi sulle Alpi e pubblicò (nel 1723) il celebre Itinera per Helvetiae Alpina Regiones. Lo studioso descrisse fossili e ghiacciai, raccontò di botanica, di zoologia e di popolazioni montane. Ma non era un uomo da cime: a parte qualche eccezione, frequentò sempre e solo la montagna delle medie quote. Cercò anche di rispondere a un quesito che ossessionava l’Europa del tempo: esistono o no, i draghi in montagna? E la risposta fu: sì, esistono. Non tutti quelli proposti dalle leggende agli uomini del ’700, ma a Scheuchzer alcune testimonianze di incontri con i draghi parvero attendibili. Tant’è che lo studioso svizzero compilò un elenco di animali classificabili come draghi: mostri dalle fattezze diverse, con corpi di serpente sormontati da teste di gatto, serpenti con ali da pipistrello e zampe squamate, bestie con la cresta, ecc.

Eppure, quando solo diciotto anni più tardi, spinti dalla curiosità di ammirare cime e ghiacciai, gli aristocratici viaggiatori britannici Richard Pococke e William Windham entrarono con una carovana nella valle di Chamonix (pretendendo tra l’altro di essere gli scopritori del paese), non si imbatterono in nessuna presenza vivente al di fuori dall’ordinario.

Che dire, dunque? Che evidentemente tra il 1723 e il 1741 nel mondo della cultura europea erano successe alcune cose importanti. E soprattutto che l’alta montagna cominciò finalmente a fare capolino nell’orizzonte intellettuale del tempo.

Nel 1732, lo svizzero Albrecht von Aller, un famoso naturalista e filosofo svizzero (era nativo di Berna) di calco illuminista, aveva pubblicato il poema Die Alpen che ovunque, nei cenacoli letterari dell’antico continente, aveva diffuso la moda alpestre e una visione della natura ben differente da quella della tradizione (Particolare importante: Die Alpen avrà ben 30 ristampe). E poi, a ruota, erano apparsi i primi scritti di Rousseau, anche se La nouvelle Heloise è solo del 1761.

Lentamente, la montagna cominciò dunque a diventare di moda, fino a costituire uno dei temi centrali nel dibattito culturale dell’epoca. Anzi, fu proprio l’apparizione della montagna sulla scena del mondo urbano a costituire la vera, grande “invenzione” del secolo. Un’invenzione che permise alle élite intellettuali di fine ’700 di posare lo sguardo su un ambiente e su un paesaggio che fino a quel momento aveva continuato ad essere letteralmente invisibile.

Ma la montagna non apparve affatto in virtù di un gioco di prestigio. Il suo dischiudersi allo sguardo dei sapienti del Secolo dei Lumi fu il risultato di una vera e propria rivoluzione culturale capace di garantire uno statuto anche ai luoghi che la civiltà occidentale aveva per secoli ignorato o rifiutato di accogliere all’interno del proprio perimetro di senso e di significato.

Dunque, intorno alla metà del Settecento vengono poste delle premesse importanti per favorire l’avvicinamento di viaggiatori e letterati alla montagna. Ma attenzione: stiamo parlando di viaggiatori, non di alpinisti. In quegli anni non ci si spingeva oltre la quota delle nevi perenni. Non si scalava. Il mondo delle altezze cominciava a far capolino ma incuteva ancora timore. Anzi, l’idea di salire sulle cime più elevate doveva ancora essere messa a punto.

L’impulso a esplorare quel mondo doveva nascere da premesse diverse. Occorreva una spinta più potente delle suggestioni letterarie o poetiche; bisognava che il richiamo del mistero diventasse irresistibile. Come abbiamo detto all’inizio, il passo decisivo dovrà farlo la scienza. E la mente scientifica che farà impennare la corsa all’ignoto racchiuso dalle altezze della Terra nella seconda metà del Settecento, sarà quella – lo abbiamo già visto – di un aristocratico calvinista ginevrino. Horace Bénédicte de Saussure, che a 22 anni era già professore di filosofia all’Accademia di Ginevra e a 28 era stato chiamato a far parte della Royal Society britannica. Uno studioso che nutriva una passione sfrenata per la botanica e, soprattutto, per le scienze della Terra, al punto che oggi è considerato uno dei padri della geologia.

429pxSaussureHorace-Bénédict de Saussure (credit wikipedia)

Saussure era letteralmente ossessionato dal Monte Bianco, che intravedeva bene da Ginevra nelle giornate serene. E meno di vent’ani dopo il viaggio a Pococke e Windham approdò a Chamonix, dove diventerà di casa.

Da pioniere delle scienze della Terra, Saussure si trovò fare i conti con la superstizione. Ma fece tutti i passi necessari muovendosi con la necessaria prudenza scientifica.

In ogni caso, l’idea che qualcuno dovesse salire finalmente sul Monte Bianco era più forte di lui. Tant’è che nel 1860 offrì una ricca ricompensa alla prima persona che sarebbe riuscita a scalare la montagna.

Era convinto che lassù si nascondesse la chiave segreta per capire come si è formata la Terra.

Come finì la sfida lanciata da Saussure lo abbiamo raccontato all’inizio.

Scienza, prealpinismo, esplorazioni alpine

Dopo il 1786, come si è detto in precedenza possiamo finalmente parlare di alpinismo. Anche se quella data segna solo evidentemente un confine teorico. Non tutti, infatti, dopo la prima ascensione del Monte Bianco ebbero la consapevolezza di essere entrati in una nuova fase storica.

A questo punto, però, è forse il caso di tornare per un momento al prealpinismo. Tale ambito comprende tutte le ascensioni precedenti all’agosto del 1786, portate a termine per diletto, per accidente e per qualsivoglia altro motivo. Ma accoglie anche le campagne di ricerca dei primi geologi, dei mineralogisti d’antan, degli ingegneri minerari fautori dei primi studi stratigrafici nella seconda metà del Settecento, dei pionieri del’esplorazione alpina, dei botanici, dei cercatori di fossili, dei pionieri dello studio della stratigrafia.

E poi bisogna aggiungere il lavoro degli studiosi delle origini della Terra: una corrente che da Thomas Burnet – la cui opera Telluris Theoria Sacra, uscita in latino nel 1681, e tre ani dopo in inglese, cominciò a far scricchiolare la teoria biblica della creazione della Terra – si spinge a inizio Ottocento sino a Charles Lyell, per poi continuare con altri studiosi di fama. Insomma: uno straordinario filone di studi che, oltre a scoprire la dimensione del tempo profondo, dimostra che l’origine della Terra è inscritta nelle montagne.

Inoltre va tenuto in conto il fatto che molti tra pionieri della geologia figurano anche nel novero dei pionieri dell’alpinismo.

Tra i protagonisti, che ancora non possiamo definire italiani,

ma che sono comunque cittadini della penisola, la lista dei prealpinisti è sostanziosa. E va dall’abate veneziano Anton Lazzaro Moro, autore nel 1740 del volume De’ crostacei e degli altri marini corpi che si trovano su’ monti, ad Antonio Vallisneri (con il De corpi marini) e Luigi Ferdinando Marsili, studiosi dell’Appennino tosco-emiliano. E allinea molti altri personaggi di spicco, da Giovanni Targioni Tozzetti a Giovanni Arduino, da Lazzaro Spallanzani a Scipione Breislack, da Giovanni Battista Brocchi a Giuseppe Marzari Pencati. In pratica, la gran parte degli antesignani della geologia italiana. Oltre a questi nomi – anzi, prima di tutti gli studiosi appena citati, il prealpinismo nella penisola può vantare il nome di Francesco De Marchi, nato nel 1504 a Bologna e morto all’Aquila nel 1576. Un ingegnere militare e un avventuriero (nel senso più positivo del termine), animato da una curiosità scientifica tipicamente rinascimentale. Dopo aver girovagato a lungo tra i monti d’Abruzzo, il 19 agosto 1573, assieme ad alcuni compagni e a un cacciatore di camosci, all’età di 69 anni, De Marchi, salì per primo sulla cima del Corno Grande del Gran Sasso, lungo quella che oggi è considerata la via normale alla vetta. E raccontò: «Quando fuoi sopra la sommità, mirand’all’intorno, pareva che io fussi in aria, perché tutti gli altissimi Monti che gli sono appresso erano molto più bassi di questo». Ma quella straordinaria ascensione ebbe un seguito importante. Fu poi ripetuta, due secoli più tardi, il 30 luglio 1794, dal naturalista teramano Orazio Delfico, classe 1769, allievo di Spallanzani e di Volta all’Università di Pavia.